LA RIFLESSIONE Dalle viscere della terra

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Un altro macabro rinvenimento accende l’attenzione sui massacri avvenuti allo zittire delle armi, nella tarda primavera del 1945 e nei mesi successivi, sul territorio della Slovenia. Nell’ultimo quarto di secolo o poco più, da quando cioè si è iniziato a squarciare la coltre di silenzio e a infrangere il muro eretto a difesa dei segreti inconfessabili del regime comunista jugoslavo, periodicamente emergono alla luce le pagine nere di un passato impregnato di orrore, violenza e vendetta, consumatosi in un clima di resa dei conti, rivoluzionario, di repulisti generale. Le menzogne del regime prima, attraverso i suoi organi, la censura e il controllo a tutto tondo, difese dai suoi epigoni oggi, che si ergono a tutori dell’indifendibile, dopo ogni ritrovamento si sgretolano ulteriormente. Gli eccidi, per lungo tempo definiti mera propaganda di chi era stato sconfitto, rivelano la bruttura e lo strascico di una guerra violenta e distruttrice.
Si assistette indubbiamente a una ritorsione – vi era in corso anche una guerra civile – di una ferocia inaudita, ma al tempo stesso all’aggressività rivoluzionaria il cui obiettivo era l’eliminazione di quanti non erano intenzionati ad accettare il regime totalitario che si andava edificando. Una certa vulgata insiste si trattasse esclusivamente di formazioni collaborazioniste, che nel corso del conflitto avrebbero tradito i rispettivi popoli mettendosi al fianco dell’occupatore straniero. Il discorso è molto più complesso, ma volutamente si tende a bollarlo come strumentale e reazionario. Il bagno di sangue, perciò, in certi ambienti non solo viene accettato senza battere ciglio, ma si ritiene fosse stato doveroso e pertanto viene giustificato. Tale presentazione manichea dimostra tutti i limiti ed è il frutto di decenni di pensiero unico, di una retorica martellante e di una narrazione totalizzante che seguiva un canovaccio preciso, quello stesso che fagocitò la Resistenza tramutandola tout court in una guerra di liberazione nazionale a guida comunista. In un siffatto clima, lo spazio di manovra per il ragionamento critico semplicemente non esisteva. La rivoluzione tanto decantata – che oggi si tende a dimenticare – doveva costruire una società nuova e più giusta, peccato fosse assente il progetto della presa del potere, attuato già nel corso del conflitto, mentre al suo termine offrì l’occasione per l’eliminazione di tutte le categorie avverse, seguendo la logica di “chi non è con noi è contro di noi”. E così si arrivò alle soppressioni, tante e in poco tempo. Chi non era disposto ad accettare il comunismo e non si arrese, si rifugiò nei boschi. La guerriglia durerà fino ai primi anni Cinquanta, concludendosi con l’annientamento dell’opposizione armata. La pubblicazione delle fonti, l’elaborazione di studi sempre più documentati nonché i recuperi propongono l’altra faccia della luna. Queste acquisizioni non possono essere ignorate, in quanto forniscono elementi che la storiografia deve considerare, accantonando i vecchi luoghi comuni, respingendo le sorpassate scorciatoie interpretative e i modelli artificiosi, proponendo studi severi e rigorosi, ma non ‘demonologici’. Nell’ultimo trentennio la storia macabra sta emergendo, sebbene i guardiani della rivoluzione avessero vegliato, controllato, zittito. Le fosse comuni e i fossati anticarro (bosco di Tezno), le foibe e cavità carsiche, l’ex miniera (Barbara rov) di Huda jama presso Laško, sono alcuni delle centinaia di luoghi dai quali emergono i resti raccapriccianti di una storia intrisa di ferocia e pertanto celata. L’elenco dei ritrovamenti è impressionante e la scoperta di nuovi siti è diventata una sorta di ‘non notizia’. L’ultima in ordine di tempo è quello nel terreno carsico di Kočevski rog, area in cui si consumarono i massacri tra la primavera e l’autunno del 1945. Almeno 250 sono i resti dei corpi, colpisce molto la tipologia delle vittime, per la quasi metà, infatti, si tratterebbe di adolescenti e non mancano alcune donne. La notizia è stata ripresa anche in Italia, guadagnando la prima pagina de “il Giornale” e ne ha parlato anche “Avvenire” (probabilmente perché i giornalisti sono legati all’Alto Adriatico) e il TG2 della Rai. La storia va raccontata, tutta, senza reticenze e infingimenti, proprio come i drammi provocati da tutti i totalitarismi (sarebbe fuori luogo la demonizzazione di uno e l’assoluzione degli altri), la giornata internazionale in memoria delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari proclamata dal Parlamento europeo, infatti, va in quella direzione. Rilegare tali pagine al libro dal quale sono state strappate diventa un’operazione articolata e non facile, giacché si deve fare i conti con l’onda lunga del racconto consolidato e dalla sua divisione netta tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, inculcato dal sistema comunista (e da quanti erano chiamati a tutelare i valori della lotta partigiana e della rivoluzione), senza contare la macchina propagandistica, con i suoi mezzi d’informazione schierati, le commemorazioni di massa, i silenzi – anche della scuola –, dato che tutto era controllato e disciplinato. Queste operazioni hanno ‘narcotizzato’ un popolo, salvo eccezioni, e tuttora, anche presso i più giovani, si continua ad accettare acriticamente il copione, che a volte diventa una sorta di fenomeno folkloristico, senza porsi il minimo interrogativo, perché il torto – sono convinti – va ricercato sempre altrove.

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