LA RIFLESSIONE Capodistria 31 ottobre 1945

Piazza Carpaccio a Capodistria

Nessuno ricorderà pubblicamente l’avvenimento consumatosi nell’immediato secondo dopoguerra e la delicata situazione sanitaria in cui ci ritroviamo non c’entra nulla. Eppure siamo testimoni di un eccesso di memoria, mentre una visione manichea classifica gli episodi del passato ‘giusti’ o li bolla come inopportuni o indegni di rammentare. Formulazioni risalenti a tre quarti di secolo fa sembrano essere tuttora attuali e predomina la verità ideologica. Lentamente sta emergendo in superficie una narrazione non viziata, con onestà intellettuale si desidera proporre un giudizio storico che vada oltre il costrutto artefatto e contribuisca a recuperare fatti e persone dagli anfratti in cui sono stati relegati e contrassegnati con un’etichetta di comodo. La memoria selettiva non giova a comprendere un territorio e le vicende dei suoi abitanti. Se nelle finalità di un sistema autoritario e illiberale rientra anche il racconto pilotato degli eventi, fornendo una versione faziosa e censurata, in una società che si definisce democratica queste ‘certezze’ non possono continuare a persistere. Anzi, una collettività matura e, soprattutto, le istituzioni che la rappresentano non devono muoversi sul piano della memoria a senso unico che esclude tutto il resto. Ci sono troppe lacune e pagine strappate, infatti nei centri storici delle cittadine mancano – perché distrutti, rimossi, occultati – quasi tutti i riferimenti nazionali riconducibili alla presenza concreta della popolazione italiana autoctona, durante il Risorgimento, l’irredentismo – demonizzato perché una tesi sempliciotta vede in questo fenomeno una sorta di precursore del fascismo –, per non parlare della storia più recente. Se per la comprensione della storia non occorre l’enfasi, parimenti il metro per farla conoscere non dev’essere l’affinità. I fatti e i personaggi dei tempi andati saranno colti soggettivamente, con una sensibilità diversa e anche il loro significato intrinseco muterà, ma storiograficamente non deve incidere in alcun modo, mentre i segni nei luoghi in cui quella storia è stata scritta ha diritto di cittadinanza, che piaccia o meno. Purtroppo, si procede per compartimenti stagni, proponendo una storia in chiave nazionale, anziché quella complessiva del territorio, plurale ed eterogenea. Quest’anno ricorre il settantacinquantesimo dell’efferato episodio di Capodistria che, naturalmente, passerà inosservato. Cos’era successo? Alla fine di ottobre del 1945 un’ordinanza annunciava l’introduzione della ‘jugolira’, una valuta emessa dagli organi del potere popolare e dall’amministrazione militare jugoslava già nel luglio di quell’anno a sostituzione delle lire ancora in uso, la cui circolazione sarebbe rimasta circoscritta alla Zona B della Venezia Giulia. Era il primo atto dell’intenzionale frantumazione dei rapporti economici tra Trieste e l’Istria. Quel provvedimento fu accolto con disappunto, fu costituito un comitato di agitazione e questo convocò un comizio negli spazi dell’ex convento di Santa Chiara. In quell’occasione annunciava uno sciopero economico di quarantotto ore. La protesta dei capodistriani avrebbe conosciuto un epilogo di sangue. Nel pomeriggio del 31 ottobre, su iniziativa dell’Unione Antifascista Italo-Slava (UAIS) che si muoveva facendo largo uso della coercizione, furono inviati a Capodistria migliaia di rurali dell’entroterra, aizzati contro la popolazione cittadina, presentata come una masnada fascista che aveva bloccato ogni attività. Non fu una ‘reazione delle masse lavoratrici’ ma un’azione con una regia chiara, che seguiva la prassi della mobilitazione (forzata), proposta come una volontà del popolo. Lo stesso Boris Kraigher, segretario del Comitato centrale del Partito comunista della Venezia Giulia scrisse che i ‘nostri’ avevano perso i nervi e “volevano reagire con la forza armata”. Era anche l’occasione per punire la riottosa sezione locale del Partito comunista italiano che non era intenzionata al suo scioglimento e all’inserimento nell’UAIS. La giornata fu contraddistinta da una violenza inaudita: furono sfondate le porte dei negozi, frantumate le vetrine e nella confusione generale si assistette a molti casi di saccheggio. Numerosi cittadini furono malmenati nelle vie o persino all’interno delle abitazioni. Nel drammatico bilancio ci furono anche due morti: il negoziante Angelo Zarli e l’oste Francesco Reichstein. La Difesa popolare stette immobile. Il foglio clandestino “Grido dell’Istria” parlò di ‘teppocrazia’. Per sottolineare la gravità di quel fatto, Antonio Fonda, presidente del Comitato giuliano di liberazione nazionale, scrisse ad Alcide De Gasperi e questi informò immediatamente Ellery Wheeler Stone, capo della commissione alleata di controllo per l’Italia. Purtroppo, anche coloro che oggi propugnano i valori dell’antifascismo sono colpiti da ‘distrazione’ e da amnesia. Mai un cenno o una parola di condanna. Speriamo non sia considerata una virtù la condotta dei poteri popolari che, attraverso l’utilizzo della violenza, del terrore e il coinvolgimento della teppaglia, avrebbe risolto il malcontento e l’afflizione dei capodistriani, ossia quello che ai suoi occhi era solamente una ‘reazione fascista’.

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