Il mio medico di famiglia è in pensione dal 1º gennaio di quest’anno. L’ho scoperto qualche giorno fa, fortunatamente senza che mi sia capitato di sbattere contro la porta del suo ambulatorio con la febbre. Questa ipotesi si sarebbe però sicuramente realizzata, prima o poi, se non mi fosse capitato di incontrare la dottoressa per caso, per strada. È così che ho scoperto del suo pensionamento, come pure del fatto che, a causa della carenza di medici di base, il suo studio rimarrà chiuso, senza che nessuno venga a sostituirla. E adesso che si fa?
In Croazia il pensionamento di un medico di famiglia non è soltanto una questione anagrafica o contrattuale: per centinaia, talvolta migliaia di assistiti, può tradursi in un passaggio delicato che mette alla prova la continuità delle cure. Il punto è semplice: il “medico scelto” non è un ambulatorio in astratto, ma una persona e un team. Quando il titolare smette di lavorare, il legame amministrativo con il paziente si spezza e va ricostruito, se possibile, con un nuovo medico, spesso nello stesso spazio e talvolta altrove. Se arriva un nuovo dottore nella stessa sede, per i pazienti spesso cambia poco. Gli orari tendono a rimanere gli stessi, spesso resta anche la stessa infermiera e c’è, se non altro, una parvenza di continuità delle cure. Se però questo non avviene, tutti i pazienti si trovano di fatto senza medico curante. Sul piano formale, i pazienti hanno diritto di scelta. Il sistema croato si basa sulla “dichiarazione di scelta/cambio” del medico, che in teoria può essere gestita direttamente nello studio del nuovo medico, oppure tramite il portale e-Građani, o ancora presso gli uffici dell’Istituto croato per l’assicurazione sanitaria (HZZO). In pratica, però, è tutto un po’ più complicato. Online può capitare che risulti che due medici che operano nei pressi di dove viviamo, stiano accettando pazienti: quando ci si iscrive sembra tutto a posto, ma poi, al momento di telefonare per prenotare una visita, ci si sente rispondere che “quello che è online è errato” e che loro “non accettano nuovi pazienti”.
Qualche tempo fa, rispondendo a un commento sui social in cui trattavo proprio il tema della ricerca di un nuovo medico di famiglia, Leonardo Bressan, rappresentante dei medici di base della Regione litoraneo-montana, ha spiegato come tra medico e paziente debba esserci un rapporto umano, per cui sarebbe bene che i due si conoscessero di persona prima di intraprendere un percorso insieme, sconsigliando quindi di procedere da remoto.
Il tema, però, non è soltanto procedurale: è strutturale. A livello nazionale, la Camera medica croata (HLK) stimava, a metà 2025, una carenza di 284 medici di famiglia rispetto alla rete programmata, pari a circa il 12% dei team necessari, e descriveva una medicina primaria sotto pressione anche a causa dei carichi amministrativi e dei tempi di visita compressi. Se restringiamo lo sguardo alla Regione litoraneo-montana, i numeri aiutano a misurare la portata del ricambio che incombe. Un rapporto ufficiale regionale (basato su dati HZZO di maggio 2024) indica che la rete consente fino a 179 team di medicina generale, mentre i team effettivamente convenzionati risultavano 162, quindi al di sotto del massimo teorico; soprattutto, evidenzia il fattore anagrafico: nei sei anni successivi, 72 titolari su 162 (il 44%) avrebbero maturato i requisiti per la pensione.
In questo incastro di regole e carenze, il pensionamento diventa un evento moltiplicatore: se la sostituzione è pronta e comunicata, il paziente vive un passaggio; se non lo è, vive una discontinuità. Ed è qui che l’informazione al cittadino diventa parte della tenuta del sistema: sapere con anticipo che il medico va in pensione, sapere dove controllare chi accetta nuovi assistiti, sapere quali passaggi formali completare per risultare correttamente “in carico” è fondamentale. Peccato che, in molti casi, la gente scopra tutto ciò troppo tardi.
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