INSEGNANDO S’IMPARA Urbanistica 1: mezzi di trasporto

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INSEGNANDO S’IMPARA Urbanistica 1: mezzi di trasporto

È stato difficile pensare al titolo di questo bozzetto in quanto riguarda, sì l’urbanistica e i mezzi di trasporto, in realtà potrebbe riassumersi nella frase “Ah funziona così da voi? Da noi è diverso”, in quanto il discorso si allarga e va a toccare tutta una serie di comportamenti e cognizioni apprese quasi inconsciamente che si radicano nel nostro bagaglio di conoscenze e che raramente vengono messe in discussione. Sono, le nozioni su come funzionano le cose, come muoversi in società, come navigare il nostro ambiente e interpretare i messaggi che ci arrivano, che diventano poi le scorciatoie che ci rendono comoda e agile la vita. È ovvio che una volta assorbiti, questi principi raramente vengono nuovamente toccati per non complicare le cose.
Se facciamo i turisti è normale che visitando posti nuovi, soprattutto grandi città con reti di trasporto complesse, ci muniamo di tutto quello che ci serve per capire come muoverci. Diversa è la situazione di quelli, come la sottoscritta, che vanno ad abitare a tempo indefinito in un altro Paese. Sembra quasi che l’azione stessa del trasloco trasporti, oltre agli effetti personali, anche il bagaglio di conoscenze pre-acquisite le renda subito attive. Dopo anni passati a Trieste, con visite di studio a Zagabria, Roma e Milano, ero convinta di avere una certa dimestichezza nel gestire i trasporti pubblici, per cui non mi ero mai posta il problema di non sapere come spostarmi. Tutt’al più mi era capitato di prendere l’autobus giusto nella direzione sbagliata, ma erano (letteralmente) incidenti di percorso. Una volta installata nella mia nuova residenza appresi che il capolinea dell’autobus che andava in centro era dietro l’angolo. Benissimo. Siccome andavo da capolinea a capolinea bastava stare attenti a dove scendevo e da lì riprendere il mezzo per rientrare a casa. Il ragionamento era basato, come già detto, sulle mie esperienze precedenti. Quindi a una certa ora mi ripresentai alla fermata in questione e presi posto sull’autobus. Notai che prendevamo un’altra direzione, ma non ci feci più di tanto caso ragionando che magari c’erano dei sensi unici da considerare. Non mi allarmai troppo neanche venti minuti dopo quando non era apparso nessuno dei miei soliti punti di riferimento, in quanto la mia mente era tranquillizzata dal dogma che prima o poi, in un modo o nell’altro, l’autobus al capolinea doveva pur tornarci. Però ad un certo punto cominciai a notare che il mezzo si stava svuotando e che i passeggeri rimasti mi guardavano in modo strano. Effettivamente con la mia tintarella adriatica (eravamo a luglio) e i miei abiti estivi italianamente colorati, mi distinguevo dalle carnagioni pallide rivestite di colori monocromi degli altri. Ad un certo punto, dopo alcune occhiate da sopra le spalle, l’autista mi interpellò direttamente chiedendomi dove dovessi andare. Quando glielo dissi esclamò: “È dall’altra parte della città, ma sei fortunata, perché ci vado adesso”. Forse ero anche fortunata, ma ero anche piuttosto confusa e perplessa. Dov’è che avevo sbagliato?
L’errore stava nel principio primo, l’aver presupposto che il modello già introiettato (da capolinea a capolinea) si applicasse senza varianti in tutte le città occidentali. A Belfast, non solo il mio, ma tutti gli autobus andavano in centro e da lì sempre a raggiera ripartivano per altre direzioni, praticamente funzionavano al ribalzo piuttosto che a yo-yo. Probabilmente questo modello di funzionamento aveva i suoi vantaggi, ma presentava anche alcuni inconvenienti di non poco conto. Quando per alcuni mesi mi ritrovai a lavorare a quattro km da casa, però sulla stessa “latitudine” rispetto al centro, non essendoci mezzi di trasporto che facessero altri circuiti, le uniche alternative erano il taxi o viaggiare in senso contrario fino al centro e da lì ripartire in su verso la mia destinazione. Quindi la scelta era se sprecare una notevole quantità di tempo o di denaro. Una delle possibili spiegazioni di scegliere di operare i trasporti in questo modo, potrebbe ricercarsi nella struttura urbana stessa della città. Belfast, con i suoi 400mila abitanti e 132.5 km² di superficie è il doppio di Trieste (200mila abitanti su un’area di 84.49 km²) ma a visitarla al di là del centro, con i suoi quartieri di case basse (a schiera, bifamiliari o villette) con i classici giardini davanti e dietro, dà molto meno il senso di città del capoluogo giuliano. Il centro all’epoca era adibito esclusivamente a zona di lavoro e shopping e alla sera si svuotava. Ricordo un tardo pomeriggio di febbraio nei primi anni ‘90, prima delle tregue paramilitari, nel periodo in cui le sbarre venivano letteralmente giù per bloccare le vie del centro, in cui orde di uomini e donne in vestiti da lavoro si affrettavano a lasciare uffici e negozi, mentre io, per ragioni che non ricordo, mi avviavo nella direzione opposta. Lo spettacolo desolante delle strade vuote, con le insegne spente e il vento che sollevava le cartacce e le faceva mulinare, assomigliava a quello dei paesi abbandonati del far-west dei film americani.
Devo dire che nei tre decenni che sono seguiti le cose sono cambiate radicalmente. Oggi il centro è vivo e dinamico con palazzi residenziali cresciuti anche nella zona del business. L’intera zona lungo il fiume è stata recuperata e trasformata da condomini, alberghi e passeggiate. Il trasporti urbani si sono snelliti e modernizzati e da qualche anno opera anche il Glider futuristico autobus doppio (sembra un treno) che attraversa la città da est a ovest mettendo in contatto quartieri che erano divisi molto più che geograficamente. Per i visitatori sono apparsi anche gli autobus turistici “hop on hop off”, che operano in tante città d’Europa e che avvicinano alla storia e alla città in modo accelerato. Però se prendete posto in cima, allo scoperto, ricordatevi di avere sempre a portata di mano un ombrello. Qui non si sa mai.

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