Siccome da sempre viviamo in stretto contatto con gli animali, li conosciamo bene (o almeno crediamo di conoscerli), per cui abbiamo assimilato nel linguaggio i tratti distintivi del loro carattere attribuendoli alle qualità umane. In altre parole, gli animali sono diventati metafora dei nostri pregi (pochi) e difetti (molti). Nell’usare queste scorciatoie linguistiche si risparmiano molte parole perché con un’immagine già si capisce quello che si vuole dire. Senza andare a fondo nelle varie figure retoriche, in quest’occasione ci limitiamo a vedere tre tipi di scorciatoie: quella che usa direttamente l’animale (sei una bestia), quella che usa una caratteristica particolare dell’animale (sei una bestia feroce) e quella che usa il termine di paragone (sei maleducato come una bestia).
L’uso diretto dell’animale va a descrivere in modo diverso i maschi o le femmine. Anche se in molte istanze entrambi vengono giudicati per l’aspetto fisico e intelligenza, per le donne conta di più la bellezza mentre per gli uomini, contano la forza e la prestanza fisica. Perciò una donna può essere un’oca, una gallina e, quando va bene, una gazzella. Per vedere quante parole si risparmino con queste lapidarie immagini, basta guardare la differenza tra oca e gallina che dicono più o meno che la femmina in questione è stupida, ma mentre con oca si finisce lì, lasciando spazio a eventuali qualità di bellezza, quindi ipoteticamente bella e stupida, con il termine gallina si tolgono le attenuanti del bell’aspetto, per cui non solo scema, ma pure brutta. Un uomo incapace di ragionare bene è un asino, ma se ha una buona e robusta costituzione fisica diventa un toro e per specifiche prestazioni, uno stallone. I vanitosi sono, al femminile una civetta e al maschile, un pavone, mentre non bisogna mai fidarsi della vipera o del serpente. A questo riguardo però mi sembra di percepire una lieve differenza tra i due, in quanto il serpente è pericoloso, ma se lo lasci stare sei a posto, mentre una vipera verrà di sua iniziativa a romperti le scatole.
Un solo animale mi sembra demograficamente democratico, ed è il maiale. Una signora che venga definita porca, non è una signora, mentre dal porco la mamma ti mette in guardia già da piccola. Poveri maiali! Da una parte osannati (“del maiale non si butta via niente” secondo gli emiliani), ma dall’altra infamati dall’onta della depravazione sessuale. Ma cos’hanno fatto di male? Siamo d’accordo che sguazzano (come maiali) nel loro fango e si abbuffano (come maiali) di tutto senza distinzione. Ma non mi sembrano particolarmente promiscui. Secondo me i conigli sono quantitativamente peggio, ma siccome sono soffici e carini, abbiamo deciso che tocca al maiale fare il dissoluto. Interessante che a definire un uomo coniglio non ci sia traccia di attività riproduttiva, ma solo una passività che spesso passa per vigliaccheria. Ma è più paura che altro (pavido come un coniglio). Mentre se ci si vuole riferire proprio a quello si può sempre usare la frase “farlo come conigli”.
Nel secondo gruppo abbiamo a che fare con casi e situazioni molto specifiche, per cui l’immagine che ne risulta a volte è molto soddisfacente. Un pesce fuori dall’acqua boccheggia e psicologicamente lo facciamo anche noi in situazioni di disagio o quando ci viene richiesto di fare qualcosa al di là delle nostre capacità. Oppure la pecora, altro animale dall’intelligenza limitata, ma più per desiderio di seguire il gregge che per mancanza di vero acume. Però la pecora nera è tutt’altra cosa. Nel primo caso si soffoca la propria individualità per il bene comune, mentre nel secondo si manda a quel paese il gregge e si fa di testa propria.
Riguardo al cane, la nostra lingua mette in seria discussione se esso sia il miglior amico dell’uomo, perché definire qualcuno un cane è un insulto, intendendo dire che la persona è ignobile e spregevole (la cagna è anche peggio). Solo quando è piccolo va bene (sei un cucciolone) altrimenti altro che animale fedele e devoto, un bastardo è un bastardo! E non c’è neanche bisogno di dire cane. Inoltre, neanche un cane sciolto mostra devozione e obbedienza, anzi, si rifiuta di seguire norme e comandi e fa gruppo a sé.
Ci sono dei casi in cui l’animale è usato per le sue qualità positive, come l’aquila, maestosa, regale e dall’intelligenza fredda e crudele. Peccato che però la maggior parte delle volte si usi la frase al negativo “Non è un’aquila!”.
Ambivalente anche il rapporto linguistico con il cavallo, animale che per molto tempo ci ha accompagnato lungo il nostro percorso evolutivo. “Il mio regno per un cavallo” invocava Riccardo III, che non era pazzo come un cavallo, espressione non vuol dire fuori di testa, quanto indomabile, senza controllo. Tutto il contrario del cavallo di razza, che è un equino che ha frequentato i migliori college inglesi. Davanti al purosangue non si può far altro che inchinarsi e ammirare la sua superiorità. Che spesso non è nemmeno rivestita di arroganza. Semplicemente uno come lui nasce così.
Frasi come cieco come una talpa o lento come una lumaca, si spiegano da sé e riflettono la realtà. La talpa effettivamente ci vede poco e la lumaca va al massimo a cinquanta all’ora (metri non chilometri). Non so con certezza se un lupo mangi come un lupo. Ma forse lo fa solo quando ha una fame da lupi.
Come si vede, le frasi non si limitano all’uso del verbo essere, ma si può variare: fare lo struzzo, andare in oca, sputare il rospo o prendere un granchio. In ogni caso la cosa importante è che il concetto sia immediatamente riconoscibile e non sono ammesse varianti. Quindi, si può avere grilli per la testa (ma non cicale), o avere l’occhio di pesce lesso (fritto è troppo pesante).
Finisco con un aneddoto personale. Una volta un mio amico biologo disse di un amico comune “el ga i riflessi de un iguana drogà”. Frase geniale e, nel caso in questione, azzeccatissima. Espressioni del genere meriterebbero di entrare d’ufficio nel nostro linguaggio.
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