Qual è il tratto che hanno in comune emozioni, sentimenti, sensazioni e stati d’animo, in altri termini, le diverse manifestazioni della nostra sfera affettiva? In una parola: l’impermanenza, il fatto che nessuno di questi stati duri immutato nel tempo. Le grandi passioni scemano, gli amori si trasformano e anche i dolori laceranti, col tempo, si leniscono. Su questo, suppongo, siamo tutti d’accordo. Ma c’è, secondo me, un’emozione o piuttosto uno stato d’animo provocato da un’esperienza, che mantiene inalterata la propria intensità anche a distanza di tempo ed è quel particolare senso di imbarazzo misto a vergogna che segue una figuraccia. Possono passare anni, ma quando ripensiamo all’evento, il disagio ridivampa con lo stesso vigore.
Se il dolore affettivo si rintana nel cuore e prende tutto il petto, l’imbarazzo dimora nelle viscere, ed è per questo che nella situazione imbarazzante viene istintivo mettere la mano sul ventre, lì dove ci sentiamo attorcigliare le budella. Adesso che ci penso, forse non è un caso che la figuraccia venga anche chiamata figura di m…ateria maleodorante. Dev’essere proprio la posizione.
Ma stiamo divagando. Il fatto è che nello scorso bozzetto l’indice accusatore è stato puntato contro gli strafalcioni pubblici del cattivo inglese degli italiani e ora, per una questione di pari opportunità, è forse il caso di fare anche un po’ di autocritica. Dopotutto sono italiana anch’io e il mio inglese prima di diventare buono, è stato scadente. Questi due fattori non garantiscono le figuracce DOC, ma facilitano il processo.
Torniamo indietro nel tempo. Era l’epoca della mia prima visita a Belfast, dove mi avevano ingaggiata come lettrice al Dipartimento di italiano, per due mesi (fine gennaio-fine marzo). Non era un bel periodo. La città era lugubre, il tempo imprevedibile, la lingua non la capivo e al Dipartimento non sapevo che livello di confidenza dare agli studenti, che erano di poco più giovani di me. Probabilmente apparivo un po’ sostenuta perché stavo sulle mie, ma era più che altro per non crearmi complicazioni a causa delle mie lacune linguistiche.
Una mattina, entra in classe il gruppetto di conversazione e noto che uno studente è tutto sporco sulla fronte. Siccome nessuno gli diceva niente, ho pensato bene di farglielo presente. Qui di seguito riporto il dialogo come l’ho capito io all’epoca.
“Sei sporco qui” gli dico indicando la fronte. Lui, per niente sorpreso e per nulla intenzionato a rimuovere la macchia, dice tranquillamente “Sì, hashish”. Io sbarro gli occhi e con voce alterata ribatto “Hashish? E me lo dici anche?” Lui rimane visibilmente confuso dalla mia reazione e guarda i compagni con un’espressione che dice “questa è fuori”, che mi spiazza a mia volta. Al che io ricambio, con uno sguardo che dice “questo è scemo, sulla fronte se lo mette”. Intanto anche gli altri, in accordo solidale, mormorano “Hashish” con fare convinto, come se volessero spiegarmi una cosa ovvia, ma io, ancora rigida sulle mie posizioni, sostengo che certe sostanze non devono entrare nelle aule universitarie.
Finché qualcuno, una ragazza credo, non disse “Wednesday” e finalmente si accese la lampadina. Non era hashish, era “ashes” – mi stavano dicendo che quel giorno era Ash Wednesday, il Mercoledì delle Ceneri e che il ragazzo lo stava osservando.
Non ricordo molto di ciò che seguì, anche perché quando si fa una figuraccia di magnitudo 9,5, la mente va nel pallone e cerca disperatamente di sopprimere l’episodio.
Sentendomi sprofondare ancora oggi, mi chiedo su quanti fronti si può toppare in una volta sola? In primis c’era stato l’equivoco linguistico. Ero partita male trattando la parola all’italiana, per cui le “h” iniziali è come se non ci fossero; quindi, tra “ascisc” e “ashes” al mio orecchio non c’era differenza. Sarebbe stato opportuno, però, attivare il tasto dell’intelligenza e ricordarsi che in inglese, come in hrvatski, le acca si pronunciano, eccome.
In secondo luogo, avevo fatto la figura dell’ignorante, un po’ perché lo ero davvero, ignoravo infatti che la pratica di farsi cospargere la cenere sul capo fosse ancora molto viva in Irlanda, e in secondo luogo non avevo fatto caso a che giorno fosse. L’unica attenuante che mi concedo è che in assenza del carnevale è difficile distinguere un mercoledì dall’altro.
Infine, avevo bistrattato ingiustamente un bravo ragazzo che quella mattina, da cattolico osservante, era stato a messa, facendosi fare dal prete il segno della croce in fronte con le ceneri rituali. In altre parole, lui aveva fatto tutte le cose per benino, secondo la tradizione e io gli ero saltata addosso a piè pari. In pratica la figuraccia stava nella mancanza di delicatezza; nel non lasciare spazio al dubbio che forse ero io quella a non sapere, a non capire, ma, nonostante questo, mi ero lanciata all’attacco con l’impeto di un cinghiale affamato.
Col senno di poi, comprendo che sarebbe bastato il sorrisino del “non capisco ma mi adeguo” che già adottavo di norma (all’epoca capivo ben poco) e magari, nel vedere il campus pullulare di altri studenti “marchiati”, mi sarei informata e avrei scoperto che l’usanza era non solo viva, ma anche molto sentita. È il giorno che dà il via alla Quaresima e che si inaugura con il digiuno e l’unzione della fronte con le ceneri delle palme della Pasqua precedente, cosicché i sacrifici che verranno effettuati per quaranta giorni (di solito si rinuncia a qualcosa – alcool, cioccolato, ecc.) ricevono una benedizione augurale. Guardandola da questa prospettiva non posso che dispiacermi per la spettacolare occasione perduta.
Perciò oggi, Mercoledì delle Ceneri, mentre in Istria la gente si starà riprendendo dai bagordi di Martedì Grasso, in Irlanda, un gran numero di cattolici, si presenterà in chiesa di prima mattina e porterà in fronte per tutto il giorno il segno della propria devozione. Speriamo solo che non incappino in uno straniero che dica loro “Sei sporco qui”.
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