Avete mai fatto la figura degli ultimi arrivati? Gli altri lo sanno, ma noi ne siamo all’oscuro, per cui quando chiediamo chiarimenti incontriamo uno sguardo che dice “ma dove vivi?”.
Un anno e mezzo fa, tra italiani a Belfast si festeggiava un compleanno e tra i vari regali c’era un modellino rosso alto una quindicina di centimetri, di uomo con le mani dietro alla schiena, che aveva suscitato l’eccitazione e l’ilarità generale, ma che a me non diceva niente. Alla domanda di cosa fosse, la risposta, con tono ovvio, fu “ma è l’umarell”, che non riuscì a chiarire un tubo, ma piuttosto che continuare a scavare, lasciai perdere.
Ho rimediato alla mia ignoranza, perciò oggi si parla dell’umarell. Ne parliamo in primo luogo perché è una storia interessante, soprattutto dal punto di vista linguistico. Seguiremo il percorso di un termine dialettale che acquisisce un ulteriore significato in riferimento ad un fenomeno d’attualità, che quindi da caso localizzato si diffonde sul territorio e infine viene integrato nella lingua ufficiale, il che lo eleva a fatto culturale che scavalca anche i confini nazionali.
La parola nasce dal dialetto bolognese, originalmente con una “l” sola, ma si diffonde in tutta la zona lombardo-emiliana per indicare un ometto comune di una certa età, dall’aria dimessa, in un atteggiamento un po’ svagato che gironzola per la città con le mani dietro la schiena. Ce lo possiamo immaginare, il pensionato un po’ perso che non ha più una direttiva che gli regimi la giornata, per cui vaga finché non trova un luogo interessante dove fermarsi. Ed ecco che entra in gioco il secondo elemento dell’umarell, ovvero l’oggetto che assorbirà la sua attenzione con una fascinazione infinita: il cantiere edile, preferibilmente protetto da recinzioni, ma con comode feritoie dalle quali osservare, con pedantesca precisione, lo svolgimento dei lavori (si sa che guardare dal buco della serratura è sempre più eccitante). Dopo un po’ che osserva, l’umarell comincia a notare le cose che non vanno, oppure fa mente locale su possibili miglioramenti, inizia a formulare opinioni, anche forti, che in certi casi diventano critiche, finché tutte queste elucubrazioni non possono essere più contenute e sbotta, cominciando a offrire consigli (non richiesti) agli operai. Quest’interazione rappresenta il terzo elemento del personaggio, che adesso può essere contenuto nella definizione ufficiale (Treccani) di “pensionato, perlopiù anziano, che passa il tempo a osservare e commentare i lavori in corso, a ridosso del cantiere”.
Se abbiamo una tale definizione, vuol dire che il fenomeno ha scavalcato la mera dimensione sociale e di costume ed è diventato un fatto culturale, di cui si scrive, si commenta e si seguono le evoluzioni.
Il salto di qualità riguardo l’immagine pubblica del personaggio, lo si deve all’intuizione geniale dello scrittore ed esperto di comunicazione mediatica Danilo Masotti, bolognese, che in una data molto precisa – 4 febbraio 2005 – ha coniato il termine nell’accezione attuale. Doveva essere un battesimo che aspettava solo di accadere perché la parola si è diffusa rapidamente a macchia d’olio in campi diversissimi tra loro.
Dopo che Masotti lo rende protagonista del suo blog “Umarells” (con la “s” finale – all’inglese) e lo immortala nel suo libro omonimo del 2007 (che nel 2017 vincerà il premio Pino Zac al Festival Nazionale della Satira), l’umarell, come il prezzemolo, comincia a puntare un po’ dappertutto.
Innanzitutto, una volta identificato, comincia ad essere visibilissimo, soprattutto con l’apertura dei cantieri per l’Expo Milano del 2015 e con i tanti altri cantieri attivi nelle maggiori città. Tanto che Guido Bellomo, informatico bolognese che lavora a Milano aveva ideato un’app per dirigere gli umarells verso quelli più caldi e interessanti, ipotizzando anche la creazione di una specie di Trip Advisor dei cantieri con punteggi e commenti.
L’umarell, dunque diventa famoso e tecnologico. Poi ha l’onore di apparire nel numero 3.360 dell’albo cult “Topolino”; entra in musica con la canzone di Fabio Concato registrata durante il Covid e i cui proventi sono stati devoluti in beneficenza, mentre la band catanese Max Garrubba Blue in Blues compone un pezzo jazz “Umarèll Blues”; i comici Ale e Franz ne fanno una gag; si inventa un gioco da tavolo “La giornata dell’Umarell”. E intanto il modellino menzionato all’inizio, ideato nel 2017, non solo comincia a vendere, ma crea numeri mai immaginati.
Ovviamente non finisce qui, la suprema consacrazione, quella che arriva con timbri e sigilli ufficiali si manifesta in due riprese. La prima, datata 14 aprile 2018, segnala l’inaugurazione nel quartiere Cirenaica di Bologna della Piazzetta degli Umarells, successivamente diventata luogo cult, tanto che i cartelli con la denominazione continuano a sparire. La seconda, è la notizia che il termine è stato inserito nell’edizione 2021 del vocabolario Zingarelli (mentre la definizione della Treccani è dell’anno successivo). Con quest’atto si consacra l’uscita definitiva della parola dagli stretti confini dialettali e la si accoglie nell’italiano ufficiale.
Con tutto questo interesse si intuisce che l’umarell sia un bocconcino troppo succulento per restare entro i confini italiani. Come un gas incontenibile la parola è fuoriuscita in Europa. Per quanto riguarda l’inglese, nel 2021 il Times commentò l’entrata del lemma nel dizionario italiano; nel 2022, Susie Dent, nota etimologista e lessicografa, lo ha inserito nel suo libro “Words from the Heart – An Emotional Dictionary”. Infine solo un mese fa (24 maggio), il sommo Guardian ha riportato la notizia, che il Comune di Cremona stava valutando di avvalersi dell’attività degli umarells per monitorare i lavori in corso in città.
Per concludere, ecco con le sagge parole dell’architetto istro-milanese Pino Zubin che ha sentenziato: “La Torre di Pisa è storta perché all’epoca non c’erano gli umarells a controllare il cantiere”.
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