La frase del titolo è stata attribuita a Socrate da Platone, comunque io potrei attribuirla ai miei studenti che si schermiscono quando li si complimenta per il loro ottimo italiano. Ho menzionato spesso che quassù la gente è modesta ma, per quanto riguarda l’apprendimento della lingua straniera, è proprio il caso del bicchiere mezzo vuoto. In genere quasi tutti arrivano a lezione con un libro di grammatica italiana e, per il solo fatto di non sapere tutte le regole contenute nel tomo, deducono di “non sapere la lingua”. Al che di solito ribatto chiedendo “ma le conoscete tutte le parole del dizionario di inglese? Ovviamente no, ma, se non sbaglio, la vostra lingua la gestite senza problemi”.
Per guardare la questione da un’altra prospettiva, abbiamo fatto una lista degli indicatori che ci fanno capire che stiamo padroneggiando una lingua straniera. Ne sono usciti spunti interessanti che rivelano subito le loro esigenze di studenti, per cui al primo posto c’è sempre la grammatica e il momento in cui ci si sente a proprio agio dentro alle regole di un’altra lingua. Poi subentra l’esigenza di comunicare, con l’abilità di esprimere chiaramente ciò che si vuole dire, ma soprattutto di capire i madrelingua “che parlano così veloci”. Anche il saper maneggiare parole appartenenti a contesti diversi e la flessibilità di passare da un ambito all’altro, denota conoscenze superiori. I più fantasiosi hanno decretato che il timbro di approvazione di raggiunta conoscenza linguistica si ottiene quando si sogna nell’altra lingua. Il che è giusto anche se, come meta, è difficile da raggiungere.
Io vorrei aggiungere la competenza in altre tre attività, cominciando con il grado di disinvoltura con cui si riesce a parlare al telefono. A prima vista sembra un’azione banale e scontata, ma se l’osserviamo attentamente nasconde diverse insidie e coloro che si emozionano facilmente lo sanno. Il grave limite di una conversazione telefonica è che, non avendo la persona di fronte, vengono a mancare tutti quei segnali visivi che di solito fanno da corollario ad un interazione tra due individui: atteggiamento generale, espressione degli occhi, della bocca, direzione dello sguardo, oscillazione del capo, improvvisi avvicinamenti o allontanamenti del busto, gesti delle mani. Pensiamo solamente a quando ci interrompiamo un momento perché stiamo cercando la parola giusta, chi ci vede capisce che è un attimo di riflessione e ci dà il tempo che ci vuole. Invece al telefono tutto quello che si percepisce è una lunga pausa, che si ingigantisce con il passare dei secondi e che perdipiù dà il via a una serie di “pronto, mi senti” “ci sei” ecc. Questo significa che al telefono, quando c’è meno tempo per pensare, sono più frequenti gli equivoci, e questo già nella propria lingua, figuriamoci in una lingua straniera. Aggiungiamoci qualche parola mal pronunciata e la frittata è fatta.
Quindi riuscire a fare una telefonata in un’altra lingua, comprendendo in linea di massima quello che ci viene detto, comunicando correttamente il proprio messaggio, accettando il fatto che magari si farà qualche errore, ma che per questo non si andrà in crisi, è un’abilità che si guadagna con i tempo e con la pratica.
Un’altra competenza che richiede alla mente di lavorare ad un’ottava superiore è fare le parole crociate. Gli amanti di questo eccellente passatempo sanno che bisogna destreggiarsi non solo a capire le definizioni, ma anche ad avere l’elasticità mentale di sapere dove trovare le risposte e soprattutto di allenare la memoria imparando dall’esperienza. Bisogna anche capire come funziona il gioco in una particolare lingua, perché “Paese che vai, cruciverba che trovi”. In generale l’italiano è forse la lingua più flessibile, grazie all’abbondanza di polisillabi e soprattutto di vocali. Da noi le difficoltà tendono ad essere di carattere culturale in quanto gli schemi più impegnativi spaziano dalla storia, all’arte, alla geografia ecc. Nei cruciverba britannici una difficoltà può essere il fatto che spesso le definizioni riguardano un mondo di sport molto più variegato (cricket, rugby, hockey) insieme ad un pool di termini stranieri per noi oscuri, assimilati nell’inglese durante il passato coloniale. Con un po’ di pazienza e con l’aiuto di Wikipedia però, alla fine ci si arriva. Sono invece quasi impossibili da risolvere le meravigliosamente descritte “cryptic clues” (definizioni enigmatiche) dove la definizione stessa va interpretata, anagrammata, smontata, frullata e ricostruita. I cultori dell’enigmistica in inglese ci riescono, i secondo-linguisti, raramente.
Chiudiamo con uno dei temi prediletti cioè l’umorismo. Capire l’umorismo in un’altra lingua non è un’operazione che si apprende immediatamente e anche questa richiede capacità aggiunte. All’inizio è difficile perché non sempre l’umorismo si può tradurre e una battuta fulminante in una lingua è un ammasso moscio di parole senza logica in un’altra. Inoltre, bisogna conoscere gli ulteriori significati di un termine, navigare il campo minato dei doppi sensi e apprezzare, e possibilmente poter anche fare, i giochi di parole. È uno dei motivi per cui i programmi (radiofonici, televisivi) più difficili da seguire sono quelli satirici, che sposano l’attualità con l’umorismo e una punta di cattiveria.
Per apprezzare quanto detto, vediamo alcuni esempi in italiano che sono di ardua, se non impossibile traduzione. Ecco due domande di anonimi che giocano con le parole:
“Quando un bancario muore, viene seppellito in una cassa costosa o in una cassa di risparmio?”, “Con uno stipendio da fame si possono ancora nutrire dei dubbi?”
Aggiungiamoci due maestri dell’umorismo italiano, Marcello Marchesi «Dio, dammi un assegno della tua presenza» e Achille Campanile. «Una certa età è sempre un’età incerta».
E finiamo con una battuta in inglese “If ‘I am’ is the shortest sentence in the English language, which is the longest?”, “I do!”. Bravi quelli che l’hanno capita.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.









































