Recentemente all’università dove lavoro c’è stata una riunione plenaria con tutto lo staff, talmente plenaria che la si è dovuta ripetere in tre riprese, per dare a tutti l’opportunità di parteciparvi. Il Rettore e i Vicerettori si sono avvicendati per fare il punto della situazione e illustrare gli obiettivi a medio e lungo termine. Praticamente un dettagliato “dove siamo” e “dove stiamo andando”.
Avendo un ruolo marginale all’interno dell’ateneo, molte cose mi risultavano nuove o incomprensibili (gli acronimi! li usano dando per scontato che tutti li conoscano; cinque minuti di presentazione incomprensibili per decifrare l’acronimo PGD). Ad attrarre la mia attenzione però è stato il riferimento all’Intelligenza Artificiale (IA), descritta come una presenza di fatto all’interno dell’ateneo (c’è un AI-Hub di riferimento), e il fatto che viene già abbondantemente impiegata a tutti i livelli (amministrativo, accademico, di studio, marketing, ecc).
In inglese quando si vuole descrivere una situazione dove c’è un problema ovvio o una situazione ostica, dei quali però nessuno dice niente o che si fa finta di non vedere, si dice “the elephant in the room” (l’elefante nella stanza), grande, grosso, ingombrante, talmente evidente che è impossibile da ignorare (e prima o poi dovrà essere affrontato).
L’elefante in questione riguarda il percorso di studio degli studenti e di tutte le scorciatoie disponibili offerte dall’intelligenza artificiale. Nelle università anglo-americane, dove si privilegia lo scritto piuttosto che l’orale, una certa percentuale del voto in una materia è costituita dagli “assignments” o “coursework”, cioè tesine di ricerca o comunque lavori scritti che vanno dalle 5 alle 10 pagine, da consegnare entro determinate scadenze durante l’anno accademico. È innegabile che fare questi “compiti” porti via tempo e richieda un certo sforzo intellettuale. Però, se su Internet c’è un “assistente “che può risparmiarci tempo e fatica come dobbiamo comportarci? Cosa credete che facciano? È ovvio che uno strumento dalle prestazioni pressoché illimitate non può essere ignorato. E cosa fa l’università per impedire l’uso improprio dell’IA? Usa altri strumenti IA, per individuare possibili assignments fatti dall’IA. Un inciucio che non finisce mai. Ormai non si può più neanche parlare di plagi, perché il plagio è prendere il lavoro di qualcun altro e farlo passare per proprio. Ma qui plagio lo fa già la macchina, perché setaccia tra tutto quello che c’è in Rete e lo rigurgita, bello sistematizzato pronto per essere stampato. A rendere ancora più interessante il panorama è il fatto che i professori si trovano regolarmente con mucchi di tesine da correggere (anche loro hanno scadenze) e, per sentito dire (non ci sono prove in merito) hanno la possibilità di dare lo scritto in pasto all’IA per riassumerlo e farne una valutazione.
La situazione fin qui descritta non è limitata agli atenei di Belfast, ma un fenomeno globalizzato che si sta sistematicamente realizzando in tutte le università. Siccome l’IA è ormai una realtà, tutti l’abbracciano e, finché si tratta di creare nuovi percorsi di studio che riguardano la materia, non ci sono obiezioni. Ma siccome c’è anche l’altra faccia della medaglia, cioè che l’uso indiscriminato di questo strumento va a compromettere l’integrità del lavoro accademico, bisogna fare un’attenta analisi dei rischi che comporta e creare misure di protezione e salvaguardia.
Le università italiane hanno preso atto della rivoluzione in corso e, a giudicare dalle dichiarazioni, sembrano osannare l’IA come piattaforma per “rinnovare la conoscenza, potenziare la ricerca e migliorare la qualità dei servizi”, e anche “per concentrare molteplici competenze, conoscenze e iniziative progettuali”. Si parla ovviamente di “innovazione didattica, di rendere l’insegnamento più innovativo e fruibile… e ambienti di apprendimento innovativi” (innovativo è l’aggettivo del momento).
Ma cosa fanno per tutelarsi dall’uso indiscriminato di questo strumento, che si è già rivelato così potente? Per il momento, da quanto si può evincere dai siti ufficiali, ci si ferma agli avvertimenti. Si parla di “impegno nel promuovere un uso consapevole dell’AI” oppure “promuovere un uso etico, consapevole, legittimo e responsabile (di questi) strumenti”, mentre altri hanno prodotto il “Decalogo dell’intelligenza artificiale” ovvero “dieci principi importanti per promuovere l’uso etico legittimo e consapevole degli strumenti di intelligenza artificiale nelle diverse attività dell’Ateneo”.
Dove abbiamo già visto scritte che ci invitano a fare un “uso moderato e consapevole” di un prodotto? Sulle bottiglie di alcoolici! E sappiamo quanto questi avvertimenti si siano dimostrati efficaci nel prevenire l’abuso di alcool.
La realtà è ben diversa e secondo quanto riportato dal CETU (Centro tesi universitario) il fenomeno dell’uso dell’IA nella composizione di tesi di tutti i livelli (triennale, magistrale e dottorato) è “tutt’altro che marginale”, quindi molto più diffuso di quanto si pensi, cosicché le università italiane, nonostante i buoni propositi di cui sopra, si ritrovano “a rincorrere un cambiamento che è già avvenuto”.
Secondo un loro sondaggio, solo il 7,3% degli intervistati non ha mai usato strumenti IA per la scrittura accademica e, tanto per sfatare lo stereotipo che siano i principianti a farlo, i più assidui utilizzatori sono proprio i dottorandi (87%), seguiti da quelli impegnati con la tesi magistrale (84%) e dai triennali (83%). A parte un 10% che considera l’uso dell’IA moralmente sbagliato, più della metà degli studenti, pur reputandolo eticamente discutibile, in certe situazioni lo trova necessario. Infine, c’è un 14% che lo giudica totalmente accettabile, specialmente se nessuno se ne accorge. Occhio non vede, cuore non duole. La logica di tutti i fedifraghi.
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