“L’insegnamento crea tutte le altre professioni”. (Anonimo)Già quando frequentavo il corso di abilitazione, si parlava di quanto la professione di insegnante avesse perso di prestigio e fosse stata svalutata. Nel contesto britannico questo lo si ascriveva alla politica thatcheriana, improntata alla deregulation e alle leggi di mercato. Siccome in Italia e in Croazia il thatcherismo non è di casa, ma la professione sta comunque attraversando un lungo momento di crisi, non possiamo che dedurre che il fenomeno sia globale.
Se ci riferiamo ad un’immagine idealizzata della vita di un qualsiasi piccolo centro, possiamo dire che nel passato le figure di riferimento e di grande rispetto erano generalmente tre: il medico, il prete e il maestro. Inutile dire che le cose si sono di molto ridimensionate e, per quanto riguarda gli insegnanti, il malcontento si sta propagando da tutte le parti. Oggi, da un lato il maestro viene visto quasi esclusivamente come un conduttore di nozioni che porta a qualifiche e certificati, e dall’altro c’è l’amarezza degli insegnanti di vedersi oggetto di critiche spesso gratuite, con la frustrazione di non essere apprezzati per la propria professionalità. Comunque sia, siamo lontanissimi dall’atteggiamento di deferenza e stima che in altri tempi veniva espresso con parole sentite: dall’anonimo che disse “Un insegnante ti prende per mano, ti tocca la mente, ti apre il cuore” alla frase di Albert Einstein, “È l’arte suprema dell’insegnante: risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza”.
Quali sono i sintomi della crisi? Innanzitutto un minor riconoscimento finanziario. In tutti e tre i paesi ci si lamenta che a parità di titoli, gli insegnanti percepiscono stipendi inferiori. Alcune ricerche in Italia parlano di uno scarto che arriva al 33% in meno rispetto agli altri lavoratori laureati, al quale vanno aggiunti i blocchi contrattuali che erodono ulteriormente il potere d’acquisto. Inoltre, governi dalla mentalità imprenditoriale hanno cercato (cercano tutt’ora) di importare nella scuola l’ideologia dell’azienda (Impresa, Internet, Inglese), per cui in un mondo in cui tutto è misurabile, quantificabile e ottimizzabile, la cultura e l’istruzione sono merci da (s)vendere e l’impegno intellettuale ed emozionale che l’insegnante porta nel suo lavoro, diventa un fattore trascurabile. Agli entusiasti di queste idee, ricordiamo le parole del presidente Kennedy, risalenti agli anni Sessanta, ma più che mai attuali, “I cinici e gli scettici moderni… non vedono nulla di male nel dare a coloro ai quali affidano le menti dei loro figli un salario inferiore di quelli che fanno la manutenzione del loro impianto idraulico”.
In secondo luogo, gli insegnanti lamentano un progressivo e costante aumento della mole di lavoro, di ulteriori responsabilità, nonché di interventi ministeriali con conseguenti ripercussioni burocratiche. Tutto ciò porta allo stress cronico che, a sua volta, ha effetti deleteri sul loro benessere psico-fisico. In altre parole, si lavora e ci si stressa di più, si guadagna di meno, mentre tutti dicono che gli insegnanti ce l’hanno facile con l’orario ridotto e tutte le vacanze.
È da parecchi anni che questa situazione, in Inghilterra, sta causando un vero e proprio esodo degli insegnanti dalla professione, soprattutto da parte dei neo-qualificati, che non di rado gettano la spugna già nei primi cinque anni dall’assunzione. Questo poi si traduce in carenza di personale, in un insegnamento frammentario portato avanti da supplenti poco motivati, fino ad arrivare all’impiego di personale non qualificato. Happy days.
Infine c’è il punto dolente, quello meno quantificabile ma per gli insegnanti il più visibile, la mancanza di rispetto e la minor considerazione sia da parte degli studenti, che da parte dei genitori. Qualcosa si è rotto nel contratto sociale tra le parti e per molti la situazione presente è estremamente penosa. Una volta c’era un tacito accordo tra genitori e professori, per cui quello che l’insegnante diceva e faceva, veniva implicitamente accettato nonché approvato dal genitore. I ragazzi ne erano consapevoli e si comportavano di conseguenza. Nessuno dice che il sistema fosse perfetto, ma la prassi c’era ed era in funzione, e questo era fondamentale. Adesso la situazione assomiglia a quella di due genitori che stanno divorziando facendosi la guerra, con i figli presi di mezzo che un po’ ci soffrono e un po’ manipolano la situazione a loro vantaggio mettendo gli uni contro gli altri.
Andate in un qualsiasi forum di sfogo di insegnanti e vedrete che, prima ancora che salario o troppo lavoro, la parola più frequente è “genitori”. Dai genitori che si limitano a negare il loro sostegno a quelli belligeranti che mettono in discussione ogni azione intrapresa dal docente, soprattutto quando ci sono di mezzo azioni correttive nei confronti dei loro pargoli, per cui a ogni brutto voto, a ogni nota o punizione vengono opposte rimostranze e lamentele che non si fanno scrupolo di salire fino al direttivo.
La mancanza di dialogo e cooperazione significa che gli insegnanti sono sempre più soli a fronteggiare gli evidenti problemi degli studenti: apatia, mancanza di impegno, problemi comportamentali, disadattamento, aggressività. Come se questi atteggiamenti appartenessero solo alla scuola e non originassero nel contesto famigliare. Il ragazzo è indisciplinato? Il problema è tuo che non sai esercitare la tua autorità (ma quando l’autorità punisce il ragazzo… apriti cielo!). L’alunna va male a scuola? La colpa è tua che non la sai motivare.
Freud sosteneva che “i mestieri più difficili in assoluto sono nell’ordine il genitore, l’insegnante e lo psicologo”, ma il problema oggi è che all’insegnante viene richiesto di coprirli tutti e tre, per di più senza ulteriori incentivi. Ma forse è proprio da qui che si può cominciare a sanare la situazione e restituire ai maestri il loro meritato ruolo nel contesto sociale.
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