INSEGNANDO S’IMPARA Ma io sono un influencer!

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INSEGNANDO S’IMPARA Ma io sono un influencer!
Foto Marlon Costa/AGIF/Sipa USA

In precedenza abbiamo visto che il termine influencer è controverso e tende a polarizzare le opinioni. Inoltre è anche difficile descrivere questa figura perché, da una parte è sempre più familiare, ma dall’altra è sfuggente in quanto nel calderone della categoria c’è di tutto.

In primis ci sono gli influencer loro malgrado, cioè quelli che hanno realmente un grosso potere di persuasione su un vasto pubblico, ma che deriva dal fatto che fanno qualcos’altro.

Prendiamo il caso di Taylor Swift che di mestiere fa la cantautrice. Siccome ha dietro di sé un pubblico sterminato di fan che pendono dalle sue labbra, un tour che va avanti da un anno e mezzo e che ha infranto tutti i record di vendite, pubblicità e merchandising, ma soprattutto una presenza viva sui social (cosa che fa la differenza rispetto alle megastar del passato), di fatto ha un’ascendenza talmente grandiosa, che una sua mezza parola potrebbe influenzare i risultati delle prossime elezioni presidenziali americane.

In mezzo ci sono tutti quei blogger e youtuber stabiliti, che operano da anni con una solida reputazione e quelli impegnati in un area particolare che attirano molti follower interessati alla materia. Si può andare da argomenti veramente di nicchia a canali più o meno validi in campi di interesse generale (moda, bellezza, cucina, fai da te, ma anche arte, filosofia, ecc.).

In basso c’è la variegata famiglia allargata dei pesci piccoli e degli aspiranti influencer, che vedono in questa figura la realizzazione di tutti i loro bisogni di benessere, sicurezza interiore, soddisfazione personale e quant’altro.

Se negli Anni Ottanta c’erano i manager rampanti che avevano una schiera di imitatori alla “lei non sa chi sono io”, adesso, in virtù dell’esistenza di un manipolo di mega-influencer che operano su scala mondiale, ci sono gli emuli che bramano quel livello di riconoscimento e soprattutto di privilegi. Il primo passo sembra proprio quello di mettersi addosso l’abito del “ma io sono un influencer!”

Negli USA, quest’atteggiamento ha originato un senso di “entitlement”. La parola non è perfettamente traducibile, ma significa “arrogarsi un diritto” o “pretendere privilegi”.

Schiere di piccoli influencer contattano negozianti e artigiani, richiedendo beni e servizi in cambio di “visibilità sui miei canali” o “pubblicità per i miei follower”. Un influencer americano in vista delle sue nozze si aspettava che un cantante professionista scrivesse una canzone per l’evento e si esibisse al banchetto per almeno un’ora. Da notare che l’artista gli aveva già fatto un’offerta scontata del 50%. Al che l’influencer ha risposto “Non abbiamo intenzione di pagare i nostri fornitori. Faremo dei promo (messaggi promozionali) gratis. I nostri promo valgono più di qualsiasi canzone”. Una mossa simile l’ha fatta anche una ragazza che pretendeva che una fiorista le fornisse le composizioni floreali gratis in cambio di “menzioni e hashtag con link al suo negozio”, al che la fiorista con grande classe le ha risposto “perché non pagare il prodotto e poi postare le foto, come fanno tutti. Se io compro qualcosa di eccezionale, lo faccio sapere anche agli altri, ed è la cosa giusta da fare per incoraggiare i piccoli artigiani…Avere dei follower su Instagram, non ti dà accesso a una corsa gratis nel paese dei balocchi”.

La minaccia di recensioni negative è un ricatto che questo tipo di influencer fa a molti esercizi, soprattutto a ristoranti. Sono anche furbi perché non dicono “vogliamo mangiare gratis in cambio di pubblicità”, chiedono se i locali “sono aperti a una collaborazione” (spesso chiamata solo “collab”). I ristoratori hanno cominciato a rispondere per le rime, spesso usando il sarcasmo (quelli inglesi soprattutto). “Come no! La visibilità sui vostri canali mi pagherà le bollette!”. “Noi apprezziamo le recensioni positive, ma apprezziamo anche di più i clienti che pagano!”

Poi ci sono gli influencer che fanno di tutto “purché se ne parli” che nel linguaggio moderno vuol dire fare qualcosa che “diventi virale” (senza rendersi conto che tutto diventa virale per cinque minuti – i 15 minuti di Andy Warhol oggi sono un lusso). Perciò adottano comportamenti discutibili, maniere insolenti e si buttano (o creano) polemiche a non finire.

Di esempi ce ne sono a bizzeffe, tutto quello che viene menzionato qui è ampiamente documentato in rete. Ci sono quelli che creano scompiglio per avere la perfetta “instafoto”: la ragazza che ha creato un ingorgo sul ponte di Brooklyn, quella in posa yoga sul Monumento alla memoria delle vittime dell’olocausto, all’inglese multata per aver posato nuda davanti alla cattedrale di Amalfi.

Poi gli altri che fanno idiozie che li mettono nei guai (anche con la giustizia). Nel febbraio 2019 il rapper Thouxanbanfauni per fare uno scherzo in diretta su Instagram ha messo a fuoco il prato davanti alla propria casa. Il 24 aprile scorso un 17enne di Bennet in Nebraska è stato accusato di aver manomesso i comandi ferroviari della stazione, fatto deragliare un treno, causando 350.000 dollari di danni. Il tutto al solo scopo di postare il video. Trevor Jacob nel novembre 2021, si è lanciato dal suo aereo facendolo volutamente precipitare, anche lui solo per postare il video “I Crashed My Plane.” Dopodiché il Ministero di Giustizia americano lo ha invitato a far due chiacchiere. Il 23enne Miles Routledge, meglio noto come Lord Miles si “diverte a visitare i posti più pericolosi al mondo”, così nel gennaio scorso è andato in Afghanistan ed è stato prontamente rapito dai talebani.

Se volete sapere cos’ha combinato l’ex mamma-influencer Ruby Franke, cercatevelo da soli. La vicenda è troppo triste e deprimente da riportare. Basti sapere che mammina cara sta attualmente scontando in carcere una lunga pena.

Siccome ci sta, finiamo con famosa definizione di Vittorio Sgarbi “L’influencer è un pirla sfaticato che lucra su dei pirla danarosi incapaci di scegliersi da soli un paio di scarpe da pirla”.

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