INSEGNANDO S’IMPARA L’incubo della scuola

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INSEGNANDO S’IMPARA L’incubo della scuola
foto: Marko Lukunic/PIXSELL

Ho più volte accennato a quanto siano riservate e restie ad esprimersi le persone a cui insegno a Belfast. Da una parte questo conferma l’idea che abbiamo dei freddi nordici, così diversi dalla calda e tumultuosa emozionalità di noi mediterranei. Ma l’esperienza di un paio di decenni di insegnamento mi ha fatto venire il dubbio che non sia solo una questione di temperamento nazionale ma che un ruolo ce l’abbia anche la scuola.
Quando si parlava delle differenze tra i nostri reciproci sistemi scolastici non ho menzionato la radicale differenza nei nostri metodi di valutazione degli studenti che va oltre al fatto che noi usiamo i numeri e loro le lettere (A,B,C ecc.).
Mentre da noi il passaggio da un anno all’altro è condizionato dai risultati positivi ottenuti nelle varie materie, che sono frutto di interrogazioni e prove scritte disseminate nel corso dell’anno scolastico, per cui in caso di voti finali insufficienti si perde l’anno rimanendo indietro, il sistema britannico prevede l’avanzamento automatico da una classe all’altra, senza lo spauracchio della bocciatura. Ovviamente gli alunni vengono “testati” e messi alla prova per vedere come progrediscono, ma non è nulla di ufficiale finché non arrivano gli esami veri e propri: GCSE a 16 anni ed A Level a 18, di cui abbiamo già parlato in precedenza.
Cosa pensate sia meglio? Sapere di essere sempre sotto tiro per le interrogazioni e provette anno dopo anno, oppure andare avanti senza intoppi ma con un muro di esami che si avvicina progressivamente, facendosi sempre più spaventoso, finché l’ultimo anno ci fiata sul collo? I sistemi saranno diversi, ma l’incubo notturno è molto simile, il sogno in cui stiamo per fare un esame e non abbiamo studiato, che si presenta anche quarant’anni dopo che abbiamo lasciato la scuola. Forse l’unica differenza è che per noi si tratta sempre di un’interrogazione e per loro un compito scritto. Ed è appunto proprio questo il punto che volevo discutere, cioè l’influenza del modo in cui veniamo esaminati sul nostro carattere.
Dato che quassù tutti gli esami, sia scolastici che universitari, sono scritti (eccetto che le prove orali degli esami di lingua), la scuola forgia gli studenti nel silenzio. Prova dopo prova, lo studente si trova da solo con sé stesso di fronte ad un foglio bianco sul quale dovrà riversare al meglio delle sue capacità quello che ha precedentemente introiettato. Ciò vuol dire che anche le emozioni che lo attraversano si consumano nel circuito chiuso della sua interiorità. Ansia, trepidazione, ma anche la soddisfazione e il gusto di rispondere nella maniera giusta quando le cose vanno bene, non vengono esternate né vissute per intero nel momento in cui si manifestano, ma vengono razionalizzate e posticipate. Un effetto collaterale di questa situazione, però, è l’antipatia che a volte sconfina nel terrore, delle prove orali, dell’obbligo di parlare di fronte agli altri, con il risultato che certi studenti, dapprima scelgono volontariamente i corsi di lingua, poi si stupiscono che l’insegnante insista a farli parlare. L’ho visto accadere tra le studentesse di scuola superiore e si verifica regolarmente nei corsi con gli adulti. Se offrissi loro caramelle “magiche” che fanno imparare la lingua senza il bisogno di parlare, garantisco che me le comprerebbero!
E noi? Come veniamo condizionati dalla didattica dell’interrogazione? Al di là del disagio dell’evento stesso, c’è tutta una serie di benefici offerti dal ripetersi sistematico di questo teatrino delle domande. Innanzitutto non si tratta di un monologo ma un dialogo e anche se il prof. ha una posizione di autorevole superiorità, noi non siamo alla sua mercè, ma abbiamo uno spazio di manovra per chiedere spiegazioni, discutere, controbattere, riformulare una frase, autocorreggerci e, perché no, anche bluffare. Inoltre, siccome abbiamo davanti una persona in carne e ossa possiamo vedere e soprattutto leggere le microespressioni del suo volto, le intonazioni della sua voce, il che ci dà preziose indicazioni su come stiamo andando, se siamo fuori strada o stiamo dicendo quello che lui si aspetta di sentire. Per di più l’interrogazione a sorpresa ci addestra a pensare su due piedi e ci istiga ad imparare la difficile arte di “arrampicarsi sugli specchi”. Perciò arriviamo alla fine della nostra carriera scolastica – o anche universitaria – che siamo diventati abilissimi nel riuscire a parlare con persuasione e senza interromperci, anche quando la mente cerca forsennatamente di congiungere i neuroni del vuoto di memoria. E che dire della capacità sopraffina di riuscire a fare domande interessanti per depistare l’insegnante e magari farlo anche desistere dal suo proposito almeno per una volta. Senza dimenticare che un’interrogazione di solito fa erompere in classe la catena della solidarietà con i compagni che aprono libri in posizioni strategiche o che sibilano l’ancora di salvezza di un suggerimento. In altre parole le nostre prove d’esame si svolgono con gli altri, tra gli altri, con le emozioni che ci fanno il bello e il brutto tempo in faccia, senza farci troppi problemi perché tanto siamo tutti nella stessa barca.
Non c’è da sorprendersi poi se da grandi siamo spigliati, disinvolti tra la gente e soprattutto a nostro agio a far un sacco di domande ai nostri interlocutori. Non come qui che quando in classe chiedo “Avete domande?” la risposta è irrimediabilmente il silenzio, tanto che ormai uso la frase strategicamente solo per riportare in aula la calma prima di continuare con la spiegazione.
Però per quel che riguarda i test scritti, devo dire che generalmente noi li troviamo meno simpatici delle prove orali, proprio perché viene a mancare lo spazio per destreggiarci, svanisce la possibilità di “raccontarla”. E poi si sa, verba volant ma scripta manent e un errore nero su bianco è difficile da rettificare, mentre una risposta sbagliata con un poco di “sbatola” si può anche raddrizzare.

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