INSEGNANDO S’IMPARA Le perdite

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INSEGNANDO S’IMPARA Le perdite
Foto Shutterstock

A volte vorrei fare un bel discorsetto al mio inconscio e dirgli di non prendere alla lettera tutto quello che sente. Siccome sono sempre alla ricerca di nuovi argomenti per questi bozzetti, dagli amici mi arrivano suggerimenti molto apprezzati. Così, il giorno prima di rientrare a Belfast, la cara Suzi, della Biblioteca Civica di Umago, mi ha proposto il tema delle perdite, che è interessantissimo, per cui ho cominciato subito a rifletterci su. Convinto di aiutarmi, l’inconscio ha deciso di buttarmi direttamente nell’esperienza, cosicché la bella sciarpa blu che avevo in aereo, è rimasta con me anche sul pullman fino a Belfast e poi…, a casa non è arrivata. Non c’è da nessuna parte (neanche sull’autobus, ho chiamato). Insomma, si è volatilizzata. L’ho persa.

Qui c’è già il primo paradosso, perché grammaticalmente il verbo perdere è transitivo e per sua natura il transitivo è una forma” attiva” (lavo i piatti, leggo un libro, ecc.). Ma chi può attivamente perdere qualcosa? La perdita viene imposta al soggetto, non è esso che la compie. Dunque, la perdita si subisce e, per come mi sento, sarebbe più corretto dire che la sciarpa mi ha abbandonata (e senza peraltro neanche dire ciao). Perciò se vogliamo dare un’immagine alla perdita potremmo dire nel momento in cui si diviene consapevoli di aver perso qualcosa, da qualche parte in noi si crea un vuoto che prontamente si riempie di sentimenti ed emozioni che vanno al di là del valore della perdita stessa.

Pensiamo alla differenza che fa scoprire di aver perso i 50 euro che avevamo in tasca rispetto a tutto il portafoglio contenente magari solo 5 euro. Non so voi, ma il dispiacere e la stizza del primo caso è nulla rispetto all’ondata di panico del secondo. Oppure perdere un gioiello che abbiamo addosso rispetto a perdere le chiavi di casa o della macchina. È non è tanto la seccatura e il tempo perso a risolvere il problema. È che c’è qualcosa di profondamente inquietante nel perdere le nostre chiavi.

Vogliamo mettere alla prova la teoria del vuoto che si riempie di sentimenti contrastanti? Vediamo le nostre reazioni nel sentir parlare di: perdere la pazienza, perdere tempo, perdere la speranza, la calma, la fede, l’appetito, il telefonino, il sonno, la memoria, il treno, la reputazione, la tranquillità, le forze, i sensi, il coraggio, la strada, le tracce, l’onore, il posto, l’amicizia, il potere, la partita, la scommessa, i capelli, il ritmo, la posizione, la salute.

A volte non è solo uno spazio limitato ad essere riempito da un’emozione, ma è tutto il nostro essere come nei casi in cui si perde il controllo o si perde la testa. Ed è interessante vedere come in questi casi entrino in gioco anche le dinamiche culturali. Noi siamo un popolo che è abbastanza tollerante con le momentanee sospensioni della razionalità e le conseguenti esternazioni di rabbia; perciò, quando qualcuno perde il controllo, di solito aspettiamo, perché sappiamo che è un temporale che passa (a meno che non si decida parteciparvi buttandoci nella mischia).

L’inglese invece è una lingua che considera la perdita del self-control un crimine contro l’umanità, per cui, di uno che non ci ha visto più, si dice “he lost it” e in quel it, che è tutto fuorché generico, si racchiude il disgusto per la barbarie di tali comportamenti.

Va da sé che all’inglese non vale neanche la pena di spiegare la sottigliezza del tormento estatico di perdere la testa, di quell’innamoramento repentino e onnicomprensivo che, non solo sospende la razionalità, ma fa perdere anche il contatto con la realtà. Nel corso della vita si amerà in molti modi diversi, ma questo è l’innamoramento giovane, quello di Romeo e Giulietta, che deflagra incontrollato e rapisce. Non è neanche necessario che sia per una persona; ci si può innamorare di una causa, di un ideale (e come si è idealisti da giovani, non lo si sarà mai più). E poi…

“Perdereee l’amooore” ci ricorda Massimo Ranieri. Ma si può davvero perdere l’amore? Per me l’amore è come l’energia per Einstein, non si crea né si distrugge ma si trasforma – in affetto, amicizia, indifferenza, odio, sopportazione – comunque in qualcos’altro. Allora cos’è che perdiamo? In fondo, quando una persona ci lascia non fa che esercitare il suo diritto di non continuare il suo cammino di vita a nostro fianco e noi dobbiamo rispettare questa libertà perché ce l’abbiamo anche noi. Così direbbe il Dottor Spock di Star Trek ai suoi vulcaniani, ma noi che siamo italiani sappiamo che una rottura sentimentale sconvolge, fa sentire sminuiti e crea un profondo senso di abbandono, spesso perché nella relazione sono intrecciate parti vitali di noi come l’autostima, il senso di bisogno e, in alcuni casi, anche il nostro stesso concetto di identità. Di conseguenza lo strappo crea un doloroso sbandamento e per ritrovare l’equilibrio ci vuole del tempo.

Tornando alla grammatica, possiamo vedere che nella stragrande maggioranza delle locuzioni di perdere si usa il passato – è sempre a fatto compiuto che arriva la consapevolezza della perdita – o l’infinito (ho paura di perdere l’aereo). Ci sono alcuni casi in cui si può usare il presente o il gerundio. Con il presente la perdita in corso è innocua – il rubinetto perde, la macchina perde olio – ma il gerundio è foriero di cattive notizie. Molti di noi hanno provato l’effetto devastante di un medico che dice “lo stiamo perdendo”. La frase è un eufemismo, che apre la porta a quella fase finale che consumerà una persona e il nostro rapporto con lei. Eppure, la morte è l’unica perdita garantita della nostra vita; la prima clausola del contratto che firmiamo con il nostro primo respiro. Lo sappiamo, dovremmo saperlo, è scritto lì da sempre, ma da sempre è anche difficile da accettare. Il motivo principale è che sferra un attacco all’amore, che, come abbiamo costatato, non si accende o spegne a piacere, ma dura, reclama la propria esistenza senza compromessi, esige di esprimersi. Anche a dispetto della morte.

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