INSEGNANDO S’IMPARA La sorpresa dell’uovo di Pasqua

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INSEGNANDO S’IMPARA La sorpresa dell’uovo di Pasqua

In questo periodo le cucine istriane sono un vero paradiso: spruzzate di farina, che odorano di vaniglia e scorza di limone, racchiuse in un gradevole tepore per far lievitare bene l’impasto oppure calde di forno che emanano una fragranza di dolci così inebriante da far rivivere i giorni più felici dell’infanzia. E una dopo l’altra ecco che vengono sfornate le nostre mitiche pinze e titole, oltre a una quantità di altri dolci squisiti. E questo è solo uno degli ingredienti (!) della festività alle porte.

Pasqua ritorna con il sole della primavera che fa profumare tutto, le lenzuola stese ad asciugare, i fiori che sbocciano, e fa crescere gli asparagi che tornano a sfrigolare in padella. Ma soprattutto ci riporta le nostre tradizioni con il carico di simbologia che contengono.

Se li guardiamo da vicino i simboli pasquali – l’uovo, l’agnello, il coniglio, la colomba, l’ulivo – possiamo facilmente dedurre che appartengano a due matrici diverse: l’una immediatamente riconoscibile come cristiana e legata alle testimonianze degli eventi riguardanti la passione, morte e resurrezione del Cristo, e l’altra più antica e di chiara origine pagana e mitologica. Da tempo immemorabile l’uomo ha celebrato la rinascita della natura con riti propiziatori in cui appariva quasi sempre anche l’uovo. L’antropologo rumeno Mircea Eliade ha trovato che in quasi tutte le civiltà del mondo da quelle europee (greca, fenicia, persiana, egizia) a quelle asiatiche, polinesiane e del Sudamerica precolombiano, sono esistiti miti riguardanti l’uovo cosmogonico cioè l’uovo come origine dell’Universo. La simbologia del coniglio non avrà origini tanto antiche, ma è intuibile il suo legame con i riti sulla fertilità. Possiamo osservare che la Pasqua cristiana, cadendo sempre nel periodo tra il 22 marzo e il 25 aprile, andò a sovrapporsi a questi riti pagani di primavera, senza cancellarli del tutto, ma inglobando nella propria iconografia i simboli preesistenti investendoli di nuovi significati. Così l’uovo si eleva acquisendo la valenza cristiana della resurrezione (il guscio è la tomba dalla quale il Cristo uscì vivo, il contenuto è la rinascita dell’uomo in Cristo), mantenendo comunque un ruolo centrale nel cerimoniale pasquale sia come ingrediente principale dei cibi celebrativi, che come oggetto di rituali e usanze.

Tra queste usanze spicca la tradizione di decorare le uova e di scambiarsele in dono. Già nel Medioevo i signori davano alla servitù come regalo augurale della Pasqua uova decorate da foglie e fiori o colorate con le bucce delle cipolle, ortiche o altro. Tale gesto si ripeteva anche tra le classi altolocate ma con molto più lusso e sfarzo, passando dalle uova vere a quelle fabbricate artificialmente e rivestite con materiali preziosi – argento, platino e oro. Risulta che Edoardo I, re d’Inghilterra, nel periodo tra il 1272 e il 1307 avesse commissionato più di 400 di tali uova da elargire a Pasqua. Quest’usanza raggiunse la sua apoteosi con le mirabili creazioni di alta gioielleria di Peter Carl Fabergé (1846 – 1920) presso la corte degli zar di Russia. Il primo uovo in oro e pietre preziose fu commissionato dallo zar Alessandro III per la moglie, la zarina Maria. Più che un uovo era una matrioska, perché all’interno ce n’era un altro in oro che a sua volta conteneva due doni: una riproduzione della corona imperiale e un pulcino dorato. Visto il successo del primo esemplare, Fabergé ricevette l’incarico di crearne uno all’anno fino all’ascesa al trono di Nicola II, quando l’ordine salì a due all’anno (uno per la moglie e uno per la madre dello zar). Le uova divennero via via sempre più squisitamente preziose ed elaborate ma, come se tutta questa magnificenza da sola non bastasse, all’interno contenevano sempre anche un’ulteriore raffinata sorpresa. Se siete così fortunati da avere in vostro possesso un uovo Fabergé, sappiate che avete tra le mani una fortuna valutata in milioni di dollari.

Allora, è a Fabergé che si deve la nostra tradizione della sorpresa nell’uovo di Pasqua? Sì e no. Forse è una tradizione anche italiana che si riallaccia alle uova di cioccolato. La prima testimonianza di un uovo di cioccolato arriva dalla corte francese di re Luigi XIV dove il suo cioccolatiere personale David Chaillou ne creò il primo esemplare. Chissà, forse il re Sole era stanco delle “solite” uova d’oro. L’iniziativa sembra aver preso subito piede perché ci sono diverse fonti che identificano Torino nel 1725 come il luogo in cui vennero proposte per la prima volta le uova di cioccolato cave (quelle di Re Luigi XIV erano di cioccolato solido), in cui fu possibile inserire una sorpresa. Solo più di un secolo dopo, nel 1842, l’inglese John Cadbury avrebbe replicato l’impresa diffondendola a livello industriale, ma questo basta agli inglesi per rivendicarne la paternità. Però c’è un grande “ma”! Le uova di Pasqua che si trovano nel Regno Unito non sono neanche lontanamente comparabili a quelle italiane. Innanzitutto bisogna scordarsi di tutta la produzione artigianale tipica italiana, uova bellissime anche da vedere, artisticamente decorate nelle maniere più sorprendenti, dove è possibile inserire sorprese su richiesta. Qui tutto è industrializzato e le uova vengono, a mio avviso banalmente, vendute rivestite di stagnola in scatole di cartoncino colorato. Niente a che vedere con la frusciante carta argentata arricchita da opulenti fiocchi che noi vediamo anche nei negozietti di periferia. In secondo luogo, c’è la questione della sorpresa che qui …non c’è! Avete capito bene, qui viene negata la ragione d’essere dell’uovo di Pasqua. All’interno delle uova c’è qualcosa, ma è solo altra cioccolata. Sai che fantasia! Morale della favola, godetevi le vostre uova made in Italy. Anche se la sorpresa sarà un po’ deludente, è comunque meglio di niente.

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