INSEGNANDO S’IMPARA La pecora nera si redime

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INSEGNANDO S’IMPARA La pecora nera si redime
Foto Shutterstock

Quando si dice pecora nera, non bisogna aggiungere altro. L’immagine, ormai archetipica, non lascia dubbi sul suo significato.

D’altronde è anche facile capire perché sia nata, in un gregge di pecore bianche, quella nera salta subito all’occhio. Perdipiù c’è l’ancestrale dicotomia di significato, per cui il bianco è positivo, il nero è negativo; uno è bene, l’altro è male. Magia bianca e magia nera; col bianco si gioisce alle nozze, col nero si piange al funerale. Abbiamo la sfortuna nera, una giornata nera e leggiamo la cronaca nera.

Sin dall’antichità le pecore, oltre che fornire carne e pellame (per le quali dovevano essere sacrificate), fornivano la lana, che poteva esser ripetutamente tosata e il vello delle pecore bianche era considerato più pregiato, perché con degli ingredienti naturali poteva venir colorato, mentre l’altro nero era e nero restava. Quindi la pecora nera è sulla lista degli indesiderati da tempo immemorabile.

Aggiungiamoci anche la simbologia del gregge, adottata da molti culti e religioni sin dall’antichità, al cui interno viene soddisfatto il bisogno umano di appartenenza e di accettazione. Nel gregge viene espressa anche l’esigenza primordiale di stringersi insieme, di far gruppo, di essere più forti di fronte alle minacce esterne. Naturalmente, per raggiungere quest’obiettivo sono necessarie delle condizioni: ci vuole affiatamento, coesione d’intenti, e concordanza di comportamento.

A questo punto la metafora è pronta. In un tale contesto si capisce subito che il diverso, il il modo di agire che devia dalla norma, l’anticonformismo, il rifiuto di adeguarsi alle regole, non solo risaltano, ma mettono in serio allarme il gruppo, sia esso la famiglia, il paese, il partito, la classe sociale. Al fine di tutelarsi dalla pecora nera (e prima che diventi una mela marcia e danneggi la comunità) bisogna far muro, isolare e, se necessario, espellere la minaccia indesiderata.

Il quadro però non è immutabile, in quanto c’è un secondo atto. Per le pecore nere a quattro zampe le cose cambiarono radicalmente nel X secolo, quando si scoprì che il vello scuro aveva una miniera di pregi in più rispetto a quello chiaro. Ci si rese conto che, oltre alla sua colorazione naturale, che la moda del tempo aveva cominciato ad apprezzare, la lana scura presentava caratteristiche di grande morbidezza, compattezza ed elasticità. I tessuti confezionati risultavano perciò più densi, soffici e caldi. Divennero subito molto più ricercati, il che era un problema perché la produzione era minima, in quanto di solito c’è solo il 4% di probabilità che le pecore nascano nere. Ne risultò che tutta la lana tosata andava direttamente alla produzione di capi e accessori di lusso che soltanto i nobili e i ricchi potevano permettersi. Quindi la pecora nera, da anomalia sgradita divenne fonte di sontuoso splendore; una traiettoria di soddisfacente perfezione, che solo di rado accade.

Per la redenzione della versione umana bisogna aspettare ancora mille anni; attendere che la società cambi, che succedano rivoluzioni di tutti i tipi e che si cominci a pensare in modo diverso. Se Freud e Jung hanno aperto la strada alle contraddizioni intrinseche dell’essere umano, causate dai bisogni divergenti delle varie parti della psiche (io, ego, super-io, subconscio e inconscio), è generalmente accettato che il riscatto della pecora nera lo si debba allo psicologo e scrittore tedesco Bert Hellinger, noto per i suoi studi sulle dinamiche familiari, da lui definite Costellazioni Familiari Sistemiche. Queste partono dal presupposto che anche nella famiglia sia attivo un inconscio che rende molto più complessi quelli che lui chiama i “grovigli” di relazioni, per cui anche la pecora nera, il diverso, il bastian contrario, è parte integrante di questo sistema. Grazie alle valutazioni di Hellinger, in questi individui sono stati trovati dei valori di pregio. Un po’ come era accaduto per la lana nera.

Se la famiglia si incentra su un sistema di valori che si tramandano indiscusse da generazione in generazione, l’iconoclasta, più che un distruttore, dovrebbe esser visto come un rinnovatore. Secondo Hellinger egli è “il leone della famiglia”, l’apripista, che affranca l’albero genealogico dai “meccanismi ripetitivi che hanno portato solo sofferenze a intere generazioni”. Il suo ribellarsi è un atto di creatività, è “acqua che nutre, ossigeno, fuoco che riaccende” mentre le sue azioni manifestano “un’energia trasformativa capace di riparare la pianta, di disintossicarla e di permetterle di produrre un ramo nuovo e rigoglioso” e in questo modo “l’albero si dota anche di nuove radici”.

Queste “nuove” pecore nere, appaiono spesso tra quei giovani che non hanno paura di lanciarsi contromano sui sentieri prestabiliti dalla famiglia e la società, quelli costellati da tappe obbligatorie: accoppiarsi, procreare, il posto fisso, la pensione. Giovani che, quando viene loro chiesto di “mettere la testa a posto” per tutta risposta si buttano uno zaino in spalla e se ne vanno all’estero in cerca di nuove esperienze; che non hanno paura di abbracciare nuovi valori e di venir ostracizzati quando vengono criticati per le loro scelte “trasgressive e incomprensibili”. Persone a volte fragili, ma con le spalle abbastanza forti da sopportare l’accusa più pesante, il ricatto emozionale a cui pochi resistono, quello di aver “deluso le aspettative” (dei genitori, della scuola, degli amici) e di infrangere la base stessa del gruppo.

Forse più che bollare le persone come pecore nere, dovremmo comprendere che tutti prima o poi attraversiamo una fase da pecora nera, fase in cui in cui le nostre idee e valori sono in dissonanza con quelli del gregge, in cui operiamo scelte difficili, dalle conseguenze dolorose. Per la “notte dell’anima”, siano di consolazione le parole di Hellinger “Non permettere a nessuno di instillarti dei dubbi e prenditi cura della tua rarità come se fosse il fiore più prezioso dell’albero”.

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