INSEGNANDO S’IMPARA Italiano: la lingua dell’amore

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INSEGNANDO S’IMPARA Italiano: la lingua dell’amore
Foto: www.gkmm.hr

Innanzitutto una premessa: qui non si parlerà del sentimento romantico che tutti abbiamo in mente in questo periodo (cuore-amore-fiore per intenderci), ma sarà un bozzetto molto più terra-terra. Per capire di cosa desidero parlare, propongo di sintonizzarci subito sul cliché del maschio italiano, quello vispo e birichino che, anche quando cammina a braccetto con la sua compagna ha l’occhietto irrequieto che rimbalza sulle altre donne come un flipper; quello che appare in innumerevoli film (non solo italiani), e che è stato più volte immortalato anche in letteratura. Lo abbiamo presente? Ordunque, è possibile che questo stereotipo sia così forte e pervasivo da influenzare anche la lingua stessa? Oppure è la lingua italiana già di per sé ad essere tendenzialmente… terra-terra e caschi sempre là? Va precisato che non si vogliono dare facili alibi a signori maschietti libertini, del tipo “Cara, non è colpa mia, è la nostra lingua che mi porta in quella direzione”.
Vorrei condividere con voi un paio di esempi di situazioni delicate che mi ritrovo già nel materiale dei principianti, quindi nelle prime cinque settimane di lezione del primo anno. C’è un momento in cui dal verbo essere, molto più usato nelle prime lezioni (“sono di Fiume”, “sono avvocato”) si passa al verbo avere. Però, se gli studenti sono anglofoni bisogna prima passare attraverso un cuscinetto, a una zona grigia di frasi che in inglese usano ancora il verbo essere, mentre in italiano si adotta già l’avere. Di solito inizio con il tema dell’avere una certa età. In inglese sappiamo che si dice “I am 27” mentre in italiano “Ho 27 anni”. Di solito gli studenti si dimenticano di includere la parola anni, al che bisogna sottolineare che con “avere” non va dimenticata, perché potrei avere anche 27 euro. Dopodiché passo subito ad altri esempi dove vale lo stesso principio (essere in inglese/avere in italiano), come le coppie di “caldo e freddo”, “fame e sete” e più tardi “torto e ragione”. Dopo gli esercizi d’obbligo arriva la mia precisazione/avvertimento.
“Di solito vi dico di non preoccuparvi troppo se fate degli errori perché l’essenziale è comunicare e inoltre gli italiani sono molto comprensivi con gli stranieri che si sforzano di parlare la loro lingua. È evidente che tutti ci portiamo dentro le strutture della nostra lingua madre e quando ne studiamo un’altra, spesso traduciamo senza pensarci. Però vi prego di ascoltarmi bene – faccio una pausa d’effetto e mi tolgo gli occhiali – mi rivolgo alle signore qui presenti. Se vi trovate in Italia, vi scongiuro di non dire mai e poi mai ‘sono calda’ – credetemi, suona male, tanto che sembra un invito. Se lo dite ci potrebbero essere delle conseguenze non desiderate. Evitate anche di dire ‘sono fredda’, perché qualcuno può prenderla come una sfida. Invito o sfida, in ogni caso i maschi italiani hanno già un certa reputazione e non vanno incoraggiati. Ci siamo capite?”
Tra sorrisini e cenni di complicità le signore (qualche volta ragazze) mi danno d’intendere di aver compreso e le lezioni continuano tranquille. S’imparano nuove frasi, nuovi verbi, si amplia il bagaglio di espressioni e così via. Arriva il momento in cui si parla delle attività quotidiane e del tempo libero e nel libro mi ritrovo il seguente dialogo:
Lei – Andiamo a visitare il castello?
Lui – Volentieri. Andiamo a piedi?
Lei – No, non ho voglia di camminare. Andiamo in macchina.
Lui – Va bene.
Qui bisogna spiegare che il concetto di volere sta alla base sia dell’avverbio “volentieri” che dell’espressione “avere voglia di…”. La spiegazione continua precisando che la frase può essere completata con un verbo (ho voglia di andare al cinema, ho voglia di passeggiare) oppure con un sostantivo (ho voglia di un caffè, di un gelato, ecc.). “In ogni caso – concludo facendo un’altra pausa d’effetto e levandomi un’altra volta gli occhiali – verbo o sostantivo che siano, vi prego di specificare sempre, sottolineo sempre di cosa avete voglia. Perché se non precisate e lasciate la frase incompleta, non è che dite qualcosa di vago e indefinito. Paradossalmente la frase incompiuta ‘ho voglia’ significa solo ed esclusivamente una cosa mooolto specifica che ci riguarda personalmente, anzi intimamente, ma che di solito non adiamo in giro a reclamizzare. È chiaro?” Altri sorrisini. Messaggio ricevuto un’altra volta.
È proprio vero che insegnando s’impara, perché prima di cominciare ad insegnare l’italiano agli stranieri non mi era mai capitato di notare queste peculiarità della nostra lingua e il modo curioso in cui sembra sempre finire… terra-terra. E notare qui siamo solo al tempo presente. Con il passato prossimo arriva un’altra situazione spinosa piuttosto difficile da gestire, che spesso gli occhiali me li fa addirittura appannare. Ma di questo parleremo con calma in un’altra puntata.

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