Il prodotto (balsamo per capelli) è italiano, venduto anche all’estero. Di conseguenza l’etichetta riporta descrizione e istruzioni per l’uso in altre lingue, in primis l’inglese. Si presume che la ditta produttrice abbia ingaggiato dei bravi traduttori, ma i risultati della versione inglese fanno pensare che: a) il lavoro non lo abbia fatto un professionista; b) forse lo ha fatto Google Translate prima maniera; c) in ogni caso, nessuno si è preso la briga di controllare.
Il testo suona più o meno così: “La maschera illuminante è un trattamento di bellezza che risciacqua, per tutti i tipi di capelli. La sua formula aiuta a ristabilire il giusto livello di idratazione per capelli estremamente intelligenti e morbidi. Uso: per eliminare l’eccesso di acqua, spintonare i capelli lavati con lo shampoo illuminante, applicare la maschera sulle lunghezze e punte. Sciacquare abbondantemente. Uso professionale”. Mio marito ha riso, non so voi.
Altro esempio, una caffettiera, manufatto made in Italy per eccellenza. L’inglese delle istruzioni di una delle marche commercializzate a Belfast, è molto scadente, si limita alla traduzione letterale di termini italiani, risultando in istruzioni estremamente farraginose, in più ci sono errori di battitura e, dulcis in fundo, si incappa in un termine con un doppiosenso osceno per cui la traduzione incoraggia a “chiavare perfettamente la parte sopra a quella sotto” e due righe più in là, “un leggero fischio annuncerà la sua venuta”. Questa volta il coniuge ha sghignazzato di gusto.
La relazione tra l’italiano e l’inglese continua a sorprendermi perché, da una parte permettiamo che l’inglese corroda il tessuto stesso della nostra bella lingua con una fiumana di termini non necessari e strutture grammaticali strampalate, ma dall’altra, quando bisogna navigare nelle acque linguistiche anglosassoni, annaspiamo.
Si presume che le ditte italiane che esportano, abbiano l’accortezza di assicurarsi che il loro prodotto si presenti bene, e invece no, ci facciamo riconoscere immediatamente. E dire che non ci sarebbero scuse. Internet pullula di gente brava e con un po’ di ricerca e un passaparola, si trova sempre qualcuno che fa un lavoro decente. Io consiglierei sempre di far fare, o perlomeno far controllare, la traduzione a un madrelingua, se non altro per trovare lo stile giusto ed evitare i doppisensi (vedi moka). Si potrebbe obiettare che i produttori sono spesso piccoli e medi imprenditori, attenti alle spese e ai costi superflui. Sarà, ma risparmiando qualche centinaio di euro, non si risparmiano le brutte figure.
Inoltre, bisogna dire che la malattia è endemicamente italiana e serpeggia dappertutto, anche in luoghi dove certi standard dovrebbero essere scontati, come l’università. Qui la situazione è aggravata anche dall’altra fissa italiana che è quella di “aggiornare” continuamente le parole, come se andassero cambiate ad ogni stagione perché passano di moda. Perché i cassonetti per il riciclo si chiamano “isola ecologica”? Perché la scuola elementare è diventata primaria? Perché quello che all’università un tempo era il “piano di studi” adesso si chiama “percorso didattico”?
Gli atenei italiani attraggono numerosi studenti stranieri, i quali devono innanzitutto capire come funzionano le cose da noi, per cui le pagine dei vari siti dovrebbero come minimo offrire la versione in inglese. Va da sé che questi continui cambiamenti non fanno che aggravare il problema delle traduzioni. Sul sito di una grande università del nord il “piano didattico” per il corso di laurea in ingegneria è tradotto con “course structure diagram” che non solo non significa niente, ma implica l’esistenza di un diagramma, che non c’è. Magari si pensa che uno che vuole fare ingegneria capisce che quel “structure” indica il piano di studi, ma così facendo si apre la porta alle interpretazioni individuali, il che, non di rado, crea equivoci.
Quando si ha a che fare con istruzioni, indicazioni, normative e spiegazioni, la prima cosa da fare è di renderle chiare e scevre da ambiguità. Non devono essere aperte alle interpretazioni personali, ma offrire una guida sicura sulla procedura da seguire. Questo è già un problema per l’italiano, notoriamente poco propenso ad essere chiaro e lineare. Già nel 1997, Umberto Eco aveva parlato dell’assurdità di dire “obliterare il documento di viaggio” per indicare che si deve timbrare il biglietto. Figuriamoci cosa succede quando queste istruzioni pompose vengono anche tradotte (male).
Sappiamo che gli studenti stranieri in Italia si trovano ad affrontare un procedimento di iscrizione che è notoriamente complesso, soprattutto perché ci sono vari livelli di burocrazia da soddisfare (permesso di soggiorno, equipollenza dei titoli di studio, autosufficienza economica). Almeno rendiamo loro la vita meno complicata, accertandoci che la traduzione dei vari vademecum sia corretta e comprensibile.
Nella pagina di un’università del sud, la parte in cui viene richiesto di dimostrare la disponibilità di un alloggio in Italia viene tradotta con la richiesta di “documents proving the availability of accomodation in Italy”, come se al soggetto venisse richiesto di fare un’indagine generale sulla disponibilità di alloggi in Italia. Mi sembra già di sentire le obiezioni “ma dal contesto si capisce”. Secondo me il contesto deve assicurarsi di usare termini esatti e precisi, perché pochi paragrafi dopo, quando viene detto che gli studenti devono ottenere una copertura sanitaria con “l’iscrizione volontaria al Servizio Sanitario Nazionale o stipulare una assicurazione medica privata”, la traduzione è letterale “To obtain Health coverage, you may either voluntarily register with the National Health Service or subscribe a private medical insurance”. Peccato però che “volountary” significhi “facoltativo, optional”, perciò non è chiaro se l’iscrizione sia obbligatoria o no. Ecco che arriva l’ennesimo “ma si capisce”. Scusate, “ma anche no”.
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