INSEGNANDO S’IMPARA Incontri da… brrrivido

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INSEGNANDO S’IMPARA Incontri da… brrrivido
Foto Shutterstock

Sull’onda dei ghost tours e di cui abbiamo parlato la volta scorsa vorrei menzionare quattro personaggi storici che hanno lasciato dietro di sé scie di fatti di sangue, soprusi, ingiustizie e colpe, che ancora gravano sui luoghi dove sono vissuti. Tanto che in molti giurano che le loro anime irrequiete li frequentino ancora.
Cominciamo con la romana Beatrice Cenci (1577 –1599), che nei suoi 22 anni di vita conobbe quasi solo dolore e sofferenza. La sorte la destinò ad essere figlia di un nobiluomo, il conte Francesco Cenci, brutale e depravato che sottopose tutta la famiglia, ma lei in particolare, ad ogni sorta di violenze ed abusi.
Papa Clemente VIII, al quale si rivolse disperata, non solo non accolse le sue ripetute richieste d’aiuto, ma si industriò sempre di salvare il padre in quanto nobile.
Ad un certo punto Francesco tenne in ostaggio Beatrice, i fratelli e la seconda moglie Lucrezia Petroni Velli, nella villa di Rocca di Petrella Salto, nel Reatino. Qui Beatrice, la matrigna, il fratello Giacomo e un complice, riuscirono finalmente nell’intento di uccidere l’odiato Conte Francesco. Il delitto fu fatto passare per un incidente, ma le autorità e il Giudice della Sacra Inquisizione scoprirono la verità e tutti furono inevitabilmente condannati a morte. La sentenza fu eseguita davanti a Castel S. Angelo l’11 settembre del 1599.
La giovane Beatrice, vittima innocente di un padre crudele e di un potere iniquo, divenne subito un mito, sia per il popolo romano che per i posteri, cosicché sul luogo dell’esecuzione venne posta una targa che la ricorda come “vittima esemplare di una giustizia ingiusta”. La sua triste sorte ha ispirato molti poeti e scrittori, italiani e stranieri (tra cui Shelley, Stendhal, Dumas padre), che le hanno dedicato una ventina di opere di poesia e prosa a cui vanno aggiunte le opere musicali (una del 1863 del triestino Giuseppe Rota), vari dipinti, una scultura e almeno sette film.
Un’altra vittima di ingiustizie, questa volta un uomo, è stato colui che è noto solo come Messer Filippo. Nel 1947, durante dei lavori di restauro del torrione del castello di Spilamberto in provincia di Modena, fu scoperta una minuscola cella di 2 metri per 1,50, situata dietro un antico sottoscala. Le pareti della micro-prigione erano interamente ricoperte di disegni e scritte risalenti al XVI secolo (si stima tra il 1523 e il 1547). Chi li aveva fatti, e che si firmava Felippus in latino, era una persona colta, che sapeva disegnare e scrivere versi in Dolce Stil Novo. Sull’identità del prigioniero si è ancora incerti. Si ipotizza fosse un mercante di stoffe spagnolo oppure un marchigiano di Fermo, ma si concorda sul fatto che si fosse innamorato della bella castellana a cui vendeva le stoffe, e che fu proprio lei a ingannarlo facendolo imprigionare con l’accusa di eresia, in quanto temeva che il marito venisse a sapere della loro relazione. Messer Filippo non ebbe mai giustizia e nella cella patì freddo e fame ma, prima di essere giustiziato, riuscì a iscrivere sui muri il diario delle sue sofferenze. La leggenda vuole che nelle calde notti estive sia facile udire ancora i suoi lamenti provenire dal torrione del castello.
Da un uomo dabbene passiamo ad un cattivo nato, che visse una vita nel segno della violenza. Il toscano di buona famiglia, Baldo di Piero Bruni conosciuto come Baldaccio (1400 circa – 1441) dimostrò sin dalla giovinezza un carattere impetuoso e ribelle, beccandosi una sentenza di omicidio già poco più che ventenne. Fuggì e intraprese l’unica carriera in cui poteva ben esprimere la sua belligerante aggressività, quella di soldato di ventura. Si mise al soldo di chiunque lo volesse e si distinse come condottiero, tanto da meritarsi una citazione di Niccolò Machiavelli, che lo definì “uomo in guerra eccellentissimo, perché in quelli tempi non era alcuno in Italia che di virtù di corpo e d’animo lo superasse”. Peccato però che parallelamente ai gloriosi atti di guerra ne facesse altri di ruberia e di assassinio. È chiaro che un uomo come Baldaccio risultasse scomodo in una Firenze in cui stavano emergendo i Medici perciò si dice che fu Cosimo il Vecchio ad ordinarne uccisione in un feroce agguato a Palazzo Vecchio, dove era stato convocato con un pretesto. Una volta morto, il suo cadavere fu gettato da una finestra e trascinato in piazza della Signoria, dove gli fu mozzata la testa per essere esposta al pubblico ludibrio. L’assassinio scosse a lungo Firenze ed è ricordato come uno degli episodi più controversi dell’epoca medicea. Sembra che la furia irrisolta di Baldaccio infesti ancora, sia il luogo in cui fu ucciso che il suo palazzo di residenza, Castello di Sorci, presso Anghiari.
Da un malvagio toscano ad una malafemmena napoletana. Con un salto di tre secoli troviamo la splendida Giuditta Guastamacchia, nota in tutta Napoli per la sua bellezza, che però celava una forte passionalità nonché una spietata crudeltà. Siccome aveva una relazione con un prete, don Stefano d’Aniello, per evitare un grave scandalo sposò il giovane nipote del prelato, sperando di poter continuare la tresca indisturbata. Ma il neosposo capì presto il sotterfugio e decise di abbandonare la bella moglie. Giuditta, temendo che il suo amore proibito potesse divenire di dominio pubblico, organizzò un piano insieme al padre e ad altri due complici per eliminare il marito, che fu così barbaramente ucciso e squartato. Ma anche in questo caso la giustizia fece il suo corso e il 19 aprile 1800, Giuditta, il padre e i due collaboratori furono impiccati in via dei Tribunali, per poi essere decapitati e le loro teste poste su picche a Castel Capuano, secondo quanto prevedeva la legge per quel genere di delitto. Da quel momento nel Castello della Vicaria, soprattutto nell’anniversario dell’esecuzione, aleggia lo spirito della donna alla ricerca di pace e assoluzione. Doveroso menzionare che ancor oggi Giuditta è chiamata “il fantasma degli avvocati”. Il caso è chiuso.

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