INSEGNANDO S’IMPARA Il verbo del Mister

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INSEGNANDO S’IMPARA Il verbo del Mister
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A Mondiali conclusi, è doveroso dedicare un bozzetto al calcio. Su suggerimento del mio amico Pino Zubin, ne parliamo dal punto di vista linguistico, delle frasi, certe mitiche, pronunciate da alcuni dei personaggi più caratteristici e coloriti del mondo del pallone.
Cominciamo con Angelo Massimino, storico Presidentissimo del Catania Calcio degli anni ‘70 e ‘80 (con una parentesi anche negli anni ‘90), che sotto la sua dirigenza conobbe l’ebbrezza della Serie A, ma anche l’amarezza delle retrocessioni. Era un siciliano vulcanico, ma genuino; noto per le espressioni pittoresche dalla sintassi creativa condita di dialetto, sempre esternate con emozione irruente soprattutto quando si arrabbiava con gli arbitri, giornalisti e detrattori. “Abbiamo perso per un rigore inesistente di fuori gioco”, disse una volta. Prometteva che “quest’anno vinciamo il cappionato” ed era orgoglioso della tifoseria che li seguiva “ovunque, in treno, in macchina, in nave, perfino con dei voli charleston”.
Oculato negli affari, ma generoso con la squadra, le sue più famose “perle” esprimevano proprio la sua preoccupazione di dare il meglio ai suoi ragazzi, “Ma perché bisogna comprare guanti solo al portiere? Qui sono tutti uguali. Li devono avere pure gli altri”; quando gli fecero presente che la squadra mancava di amalgama replicò “Al Catania manca Amalgama? Ditemi dove gioca che lo compro”; riguardo agli acquisti all’estero una volta con fare misterioso rivelò “Sto partendo per un Paese che non vi posso svelare per comprare due campioni brasiliani”, per poi tornare con Pedrinho Vicençote, terzino sinistro del Vasco da Gama e Luvanor, centrocampista del Goiás. Chiudiamo con una delle frasi non documentate, ma attribuite, che riassume magistralmente il personaggio: “A questo mondo c’è chi può e chi non può, io può”.
Al polo opposto per stile ed espressività, c’era il serbo Vujadin Boškov, classe 1931, già veterano della nazionale jugoslava che, come allenatore, spaziò dall’Olanda all’Inghilterra, alla Spagna, concludendo la sua carriera in Italia con una lunga parentesi alla Sampdoria. Il suo italiano era quello degli slavi che non vedono il motivo di perdere tempo con articoli, congiuntivi e le sottigliezze della sintassi, ma preferiscono arrivare subito al punto, mentre il suo stile era ugualmente stringato, essenziale, così lapalissiano da risultare ironico. Una boccata di aria fresca rispetto all’isteria collettiva del dopopartita, con giornalisti concitati che cercano a tutti costi l’esternazione emotiva o la polemica. Vederlo rispondere a tanta frenesia con la doccia fredda delle sue frasi aforistiche è quanto di più zen si possa immaginare. Celeberrima è la sua risposta “Rigore è quando arbitro fischia” a quelli che volevano a tutti i costi disputare a posteriori i fatti in campo. Anche fuori dal contesto originale, le sue frasi assomigliano ad atti unici, a microdrammi teatrali, in quanto nella secchezza della risposta riverbera ancora l’agitazione della domanda. “Io penso che per segnare bisogna tirare in porta”; “chi non tira in porta non segna”; “se vinciamo siamo vincitori, se perdiamo siamo perditori”; “palla a noi giochiamo noi. Palla a loro giocano loro. Poi loro sono loro, noi siamo noi”; “meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0”; “questa partita la possiamo vincere, perdere o pareggiare”; “squadra che vince non si cambia”; “dopo pioggia viene sole”.
Quando “zio Vuja” parlava dei giocatori individuali, ci aggiungeva un tocco di fantasia. Non era propenso all’offesa e anche quando voleva insultare, lo faceva con i guanti. Del centrocampista uruguaiano José Perdomo che giocava nel Genoa disse “Se sciolgo io mio cane, lui gioca meglio di Perdomo…io non dire che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa, con mio cane”; mentre dei suoi ragazzi “Lombardo è come Pendolino che esce di galleria”; “Benny Carbone con sue finte disorienta avversari ma anche compagni”. Il suo commento sul talento e la classe di Gullit sfiorano la poesia “Gullit è come cervo che esce di foresta” e, quando un anno dopo l’olandese ritornò al Milan, Vuja decretò laconico che il cervo “È tornato nella foresta”.
Concludiamo con il personaggio che combina i due precedenti, focoso come Massimino e internazionale come Boškov: Giovanni Trapattoni, che oltre su quelle italiane, ha presenziato sulle panchine di Germania, Austria, Portogallo e Irlanda.
Sorvolando sulla vicenda Strunz, cominciamo dal suo marchio di fabbrica (usato anche come titolo della sua autobiografia) “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. Voleva dire che non bisogna mai parlare troppo presto, ma è diventato il mantra che lo ha accompagnato per tutta la vita professionale. Non so se l’abbia detto anche in tedesco, ma certamente lo ha fatto in inglese (in una traduzione maciullata) “no say the cat is in the sack when you have not the cat in the sack”. In un’occasione parlò del “carro davanti ai buoi”, “Sì, il girone è facile, ma non mettiamo il carro davanti ai buoi. E dico questa frase, sennò mi dite che dico sempre quella del gatto”. Insistendo con gli animali sentenziò “la palla non è sempre tonda, a volte c’è dentro il coniglio”, mentre le frasi più colorite riguardavano la gallina “In Italia si vuole l’uovo, il culo caldo e la gallina, ma quando la gallina ha fatto l’uovo va via eh? Quindi non può avere il culo caldo. Noi vogliamo tutto e subito. Coccodè coccodè and go. You understand?”
Come allenatore disse “i giocatori sono liberi di fare quello che dico io” e “se non si può vincere bene, che almeno si vinca”. Una volta espresse “dubbi su due certezze”, mentre un’altra si ispirò ad un sasso nell’acqua “A volte bisogna gettare un sasso nella pozza. Avete capito? Un sasso muove l’acqua. Un allenatore non deve dormire. Lui fa ‘ronf, ronf’ e la partita finisce 0 a 0. Sbagliato. Un coach deve sempre essere sveglio e indovinare il cambio decisivo”. You understand?

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