INSEGNANDO S’IMPARA Il sarcasmo

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INSEGNANDO S’IMPARA Il sarcasmo
Belfast

Ho passato i primi cinque anni della mia vita a Belfast convinta che la gente ce l’avesse con me. Nelle conversazioni con la popolazione locale e anche nella mia vita lavorativa sentivo spesso frasi taglienti che percepivo fuori luogo. Un giorno, mentre illustravo un libro sulla gestualità degli italiani in una classe pomeridiana di simpatici pensionati e casalinghe, chiesi: “Pensate che un libro così possa essere utile?” e la risposta di un arzillo vecchietto, “Sì, se hai un tavolo con una gamba più corta delle altre”, mi spiazzò. Primo perché ci misi un po’ a capirla e secondo perché, la percepii come un attacco personale immotivato.

In realtà, nessuno ce l’aveva con me e questo modo di esprimersi è semplicemente il sarcasmo che per la gente qui rappresenta lo standard di base della comunicazione. Siamo abituati allo stereotipo del sangue freddo e dell’ironia inglesi, ebbene, il sarcasmo eleva di un’ottava questo modo di rapportarsi agli altri e lo si usa dappertutto: in ufficio, in fabbrica, tra amici, e anche nei rapporti personali. Funziona come una partita di tennis: la frase spiritosa, ma con una frecciatina, parte, arriva al destinatario che la coglie e ne rilancia un’altra ancora più tagliente e spiritosa. Il fine è affinare le proprie abilità umoristiche e far ridere, per cui se veniamo bersagliati da una battuta sarcastica è inutile prendersela, anzi, l’atteggiamento giusto sarebbe di dire all’avversario “buona questa”. Eccetto che spesso gli stranieri, e soprattutto gli italiani, prendono le cose alla lettera e si offendono. “Si sta scherzando – dicono quassù – è una battuta”. Ma sono battute a cui noi non siamo abituati e la nostra pelle è troppo sottile per non riportarne i lividi. Infatti, in inglese si sollecita qualcuno a sviluppare “a thicker skin” (una pelle più spessa) per incassare con grazia e non fare gli offendini permalosi.

Inutile dire che quando si vuole effettivamente colpire qualcuno il sarcasmo ben usato è un’arma eccezionale, elegante e letale. È noto uno scambio di battute attribuito a Winston Churchill e Lady Nancy Astor, la prima donna nel Parlamento inglese, in cui lei, disgustata dal suo comportamento dichiarò “Se io fossi sua moglie, le metterei il veleno nel caffè” e lui prontissimo ribatté “Signora, se io fossi suo marito, lo berrei”.

Però il sarcasmo ha anche la funzione di eliminare i giochini interpersonali e riportare la conversazione a uno standard di ragionevole discussione. Sappiamo che un’affermazione o una domanda possono esser espresse in modi e toni diversi che ne pregiudicano la neutralità. Si può chiedere qualcosa in tono polemico, oppure già mettendo la risposta in ridicolo, o con finta innocenza ecc., ma una bella risposta sarcastica subito all’inizio azzera le varie colorature e, o uccide la conversazione, o la riporta a toni più obiettivi.

Mi viene in mente una scena tra un giornalista e un medico/scienziato ai tempi della clonazione della pecora Dolly, quando l’intervistatore, a muso duro, chiese se gli scienziati non stessero “giocando a fare Dio”. “Qualcuno deve pur farlo”, rispose calmo e imperturbato il dottore.

È ovvio, da quanto si è detto finora, che il sarcasmo richiede che non ci si prenda troppo sul serio e che si sia capaci di contare su una buona dose di autoironia. Coloro che conoscono il palinsesto della BBC2 sanno che per anni a presentare “Newsnight” – un programma di approfondimento delle notizie del giorno della – è stato Jeremy Paxman, un giornalista che il sarcasmo ce l’ha nel DNA, a cominciare dal nome Paxman, Uomo di Pace, ironico per una persona che ha fatto irritare schiere di intervistati, soprattutto politici, che lo odiavano apertamente. Una volta stava visitando dei vigneti nel sud dell’Inghilterra, quando uno dei viticoltori espresse l’intenzione di dedicargli la particolare qualità di uva che stava coltivando. Paxman l’assaggiò e sentenziò: “Non è abbastanza acida!”

Vi è dunque una differenza sostanziale tra l’umorismo anglo-irlandese e quello mediterraneo. Nella nostra cultura l’umorismo ha la funzione di lasciarci andare, di ridere fino a regredire a uno stato di beata innocenza infantile. Non a caso il materiale di tante nostre barzellette è di natura scatologica o sessuale. Insomma, è un umorismo di pancia. Con l’umorismo sarcastico, invece, non ci si lascia mai andare, non si abbassa mai la guardia e neanche si ride a crepapelle. È un umorismo intellettualmente più sofisticato e raffinato, incentrato sui concetti e sulle parole, che potremmo perciò definire di testa. Pancia e testa raramente si armonizzano e a farne le spese è la comicità. Un giorno raccontai a mia madre che al nipotino di quattro anni che faceva la lagna, mio marito aveva intimato di “andare fuori a giocare con il traffico”. Frase che io avevo trovato estremamente divertente. Premetto che è una frase largamente usata in Irlanda, soprattutto dalle madri spazientite (esiste anche la versione “vai a giocare con gli autobus”). La mia istrianissima madre invece di ridere si risentì e sentenziò “non è così che si parla ai bambini”, al che io mi ritrovai a dire che era solo una battuta, per di più rivolta al pubblico adulto piuttosto che al bambino in questione. Tutto questo non servì a placare le sue ire e fui accusata di essermi lasciata plagiare dalle usanze di “quelli lì”. Insomma, come si dice giustamente in inglese il tutto risultò “lost in translation”.

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