INSEGNANDO S’IMPARA Il lavoro nobilita l’uomo

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INSEGNANDO S’IMPARA Il lavoro nobilita l’uomo
Foto Shutterstock

Tra due giorni è il Primo Maggio, che è una delle feste che in Croazia è sopravvissuta più o meno inalterata al cambiamento di regime, mentre in Italia si è fissata su certi parametri di festeggiamenti già da decenni. Questo per dire che la giornata ci è familiare, ha uno svolgimento abituale e, a parte la scaletta dei cantanti e gruppi del concerto di Roma, non presenta grandi sorprese.

Nel calendario, la festa ha una sorella più piccola nell’Otto Marzo, in quanto entrambe nascono a fine Ottocento da proteste per condizioni lavorative migliori, fatti di sangue che precedono o conseguono e un certificato di nascita di matrice socialista.

Nel caso del Primo Maggio, i diritti rivendicati erano quelli per una giornata lavorativa di otto ore, le cui manifestazioni cruciali si tennero negli Stati Uniti, a Chicago, all’inizio di maggio del 1886 e che culminarono nei violenti scontri di Haymarket Square, con morti e feriti sia tra i manifestanti che tra la polizia.

Questi eventi portarono dapprima ad una proposta, nel 1889, e poi all’ufficializzazione della festa del Primo Maggio, nel corso dei lavori della Seconda Internazionale Socialista nel 1891.

La questione centrale, però, è il titolo della festività, perché non è chiaro se sia la Festa del Lavoro o la Festa dei Lavoratori. Qualcuno dice che è la stessa cosa e che i due termini sono intercambiabili, per altri invece, si tratta di due nozioni diverse, specificando che il lavoro è un concetto astratto che, come tale, può essere strumentalizzato. Si può passare da frasi altisonanti quali appunto “il lavoro nobilita l’uomo” o “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” fino allo schiaffo morale di “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), sui cancelli di Auschwitz. Inoltre, il lavoro è parte integrante di un’economia di mercato volta al guadagno, al profitto e, a livello di nazioni, a un obiettivo di “crescita” (del PIL) perpetua, che inevitabilmente va ad attanagliare coloro che “offrono” attività lavorativa. Basta vedere quanto sia cambiato il mercato del lavoro negli ultimi anni per capire a quante distorsioni sia esposta la parola stessa. Senza tralasciare il fatto che una grossa mole di lavoro viene portata avanti dalle macchine e da intelligenza artificiale, spesso in assenza totale di lavoratori, per cui viene da domandarsi se la Festa del Lavoro valga anche per essi.

I lavoratori, d’altro canto, sono esseri umani concreti e complessi, nella cui vita il lavoro occupa una parte importante, ma non esclusiva. Perciò un mestiere può essere indubbiamente appagante e, non a caso qualcuno ha detto “tròvati un lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno nella tua vita”, ma se noi guardiamo obiettivamente la situazione attuale, l’ago della bilancia è posizionato pesantemente a sfavore dei lavoratori. Precariato, mancanza di garanzie, contratti a zero ore, erosione dei diritti, pensione sempre più lontana, incertezza nell’impiego e mancanza di misure di sicurezza sul lavoro, rendono molte professioni e mestieri stressanti e logoranti. Va a finire che si vive per lavorare e non il contrario e parlare della “dignità dei lavoratori” può essere percepito come una presa in giro.

Ma nonostante tutto la Festa del Lavoro persiste e continua ad essere celebrata in modo più o meno solenne nella maggior parte dei Paesi. Esistono delle varianti negli Stati Uniti e in Canada, dove il Labor Day si celebra il primo lunedì di settembre, come anche in Australia, Nuova Zelanda, Giappone e altri piccoli Paesi dell’area caraibica, che festeggiano in date diverse.

La festa è sempre stata molto sentita in Europa, soprattutto negli ex Paesi socialisti. È presente in quasi tutta l’Africa, nell’America centrale e del Sud (più il Messico) e nella maggior parte dei paesi asiatici. Addirittura, per non lasciar fuori i lavoratori cattolici, papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore il 1º maggio del 1955.

In questo elenco però c’è un grande assente che, paradossalmente è anche uno dei maggiori responsabili del degrado che ha portato alla necessità di protestare per condizioni di lavoro più umane, ed è il Regno Unito o più precisamente, dal punto di vista storico, l’Inghilterra. È qui, infatti che nasce la rivoluzione industriale, che, con la crescente meccanizzazione asservirà l’uomo alla macchina e creerà alcune tra le situazioni lavorative più squallide e invivibili. Sempre qui origina la discriminazione nei confronti del lavoro femminile e lo sfruttamento del lavoro minorile (tutte pratiche che saranno raffinate al loro passaggio negli USA). Si potrebbe pensare che tale situazione, unita al fatto che Karl Marx e Friedrich Engels, hanno passato gran parte della loro vita a Londra, dovrebbe rendere l’Inghilterra il paese chiave per la propagazione dei diritti dei lavoratori. In realtà la situazione è più complessa. Se da una parte la situazione creata dalla rivoluzione industriale era oltraggiosa, come descritta da molti romanzieri dell’età vittoriana, dall’altra gli inglesi sono stati sempre molto refrattari ad essere travolti da estremismi ideologici (sia comunisti che fascisti), per cui il retaggio socialista del Primo Maggio è sempre stato antipatico. Ma una festività primaverile veniva celebrata fin dai tempi pagani; perciò, quando nel 1978 fu istituita l’attuale versione, innanzitutto il giorno designato fu il primo lunedì di maggio (regalando alla gente un lungo weekend), e in secondo luogo, la si chiamò “Early May Bank Holiday” (early, perché c’è n’è un’altra a fine mese). In questo modo venne evitato qualsiasi collegamento con quello che molti piccoli e medi imprenditori inglesi definiscono “Piazza Rossa”. Il paradosso è che proprio loro sono quelli che lavorano durante la festività, perché mentre, appunto, banche, uffici, scuole e fabbriche chiudono, negozi, ristoranti, agenzie viaggi ecc., rimangono aperti. Alla faccia della Festa dei Lavoratori.

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