INSEGNANDO S’IMPARA Falsi amici e chiarezza mentale

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INSEGNANDO S’IMPARA Falsi amici e chiarezza mentale

“Hello! How are you?” La capiamo tutti questa frase? Sono sicura di sì perché oramai parliamo tutti italiese. Dall’alto delle mie numerose decadi osservo i giovani che si muovono dentro e fuori all’inglese con una disinvoltura che alla loro età io mi sarei sognata. Filmati youtube, i social, le serie di tutti i tipi in lingua originale, influencer, Internet a comando. Fin qui ci siamo. Ma poi c’è la pratica, l’esperienza della vita reale quando le lingue, che dovrebbero aiutarci ad esprimere correttamente e limpidamente i nostri pensieri, improvvisamente si aggrovigliano, le parole che cerchiamo si annullano a vicenda, oppure i termini di una lingua entrano nelle strutture dell’altra.

In Istria con il bilinguismo questo lo sappiamo bene, in quanto a tutti noi è scappata qualche frase in croatiano. Io continuo a sentire frasi tipo “A mi me iera bel/me iera bon” per dire “Me piaxeva” (o frasi simili, sia in dialetto che in lingua) e vediamo come le parole italiane si siano col tempo adagiate sulle strutture del croato. Invertire l’ordine di sostantivo e aggettivo è un altro nostro peccato. All’epoca della scuola superiore a Buie, definivamo questa parlata come il club delle “bianche scarpette con rosse strichette”. Tra l’altro questo è un problema con cui si confrontano anche i miei studenti anglofoni, in quanto, come in croato, anche in inglese l’aggettivo normalmente precede il sostantivo.

Ci troviamo quindi davanti ad una situazione paradossale, da una parte le lingue straniere ci arricchiscono, allargano i nostri orizzonti, ci fanno sentire cittadini del mondo, dall’altra ci confondono la mente e noi non ci possiamo fare nulla. Mentre siamo impegnati a parlare in una lingua, improvvisamente arriva il termine nell’altra e, anche se sappiamo che non è quello giusto lo facciamo uscire, perché ci vuole tempo e freschezza mentale per agganciare la parola esatta e, in ogni caso il nostro interlocutore spesso capisce perfettamente perché si trova nella stessa situazione.

A farne le spese è la lingua stessa che, a causa del momentaneo smarrimento del pensiero, della comodità di “pasticciare”, si erode e perde chiarezza. A complicare ulteriormente la situazione ci si mettono anche i “falsi amici” cioè le parole che in due lingue sono simili ma hanno significati diversi e che riescono a mandare in corto circuito la mente.

Ad esempio, sono anni che vedo puntualmente ripetersi una situazione che illustra esattamente quello che sto cercando di dire. Ad un certo punto del corso del livello medio incontriamo la frase “Io lavoro nell’officina di mio padre” al che io chiedo “Dove lavora il giovane?” “In an office with his father” rispondono sicuri gli studenti. “Come si dice ‘office’ in italiano?” “Ufficio” ribattono senza esitazione. Come volevasi dimostrare.

Vorrei perciò condividere qui sotto alcuni esempi, presi dalla vita pratica, dei tranelli posti proprio dai falsi amici. Non mi soffermerò su quelli che impariamo tutti a scuola, che factory non è fattoria, ma fabbrica e che fabric significa tessuto; che library è biblioteca, ma bookshop è libreria. Ma piuttosto su “vicende di vita vissuta” dove i falsi amici hanno causato o potrebbero causare spiacevoli equivoci.

Su un prodotto per capelli che in lingua originale prometteva un “fissaggio delicato”, la traduzione inglese diceva che provocava “gentle fixation” ovvero una lieve ossessione, un leggero chiodo fisso. Roba da manicomio. Lo stesso vale per le creme che rendono “morbide le mani”. Guai a dire “morbid hands” perché sarebbero le mani assassine dei film horror, cioè mani inquietanti, morbose. Sempre in tema, una frase che diciamo spesso in italiano “sono così deluso”, a Belfast è stata espressa come “I am so deluded”. Risultato: ninuu ninuu riecco l’ambulanza che ci riporta all’ospedale psichiatrico perché abbiamo appena affermato di delirare, di avere allucinazioni, illusioni.

C’è stato poi il caso di una deliziosa e timida fanciulla nostrana che sperava di fare uno stage a Londra. Nel suo curriculum voleva dire di “amare il lavoro di squadra e di essere aperta al confronto con gli altri”. Purtroppo scrisse “I like confrontation with other people” e io me la sono subito immaginata che marciava agguerrita per il corridoio urlando “Allora? Come la mettiamo?!” in quanto “to confront” significa “affrontare direttamente, fronteggiarsi, scontrarsi”.

Ci sono inoltre quelle parole che in una lingua si usano costantemente, esempio “salutare” in italiano (“saluta la mamma mi raccomando!”) e “to salute” che in inglese si usa poco, ma significa qualcosa di completamente diverso (ammirare, congratularsi, rendere onore), perciò crea parecchi problemi. Qui ho visto cascare in diretta interpreti affermati e con tantissima esperienza, per cui non è incompetenza, ma semplicemente il cervello che va in tilt e prende la via più facile. D’altronde è comprensibile che una frase come “I salute you, brave doctors”, che contiene ben due falsi amici, esca spontaneamente come “Io vi saluto bravi dottori”, invece che “vi ammiro coraggiosi dottori”.

Vorrei finire con un paio di termini inglesi, molto attuali, che hanno un corrispondente falso amico in italiano di cui io non sono mai disposta a discutere in classe, perciò mi limito a rimandare gli studenti a un buon dizionario. Parlando dei cibi biologici, c’era la frase “marmelade with no colouring nor preservatives” e sempre in tema di ecologia “pollution is a great problem”. Si può raccomandare agli studenti di usare solo ed esclusivamente le parole “conservanti” e “inquinamento” e sperare che il loro cervello non segua gli omofoni.

Siccome è un tema interessante, credo che in futuro ci ritorneremo, per cui: “to be continued”!

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