Un anno fa abbiamo visto come gennaio abbia preso il nome dal dio bifronte dei romani, Giano. A differenza degli altri dèi (Giove, Venere, Mercurio), che sono arrivati a noi come personaggi a tutto tondo, dalle qualità definite, questo dio rimane intangibile, misterioso e sconosciuto, ma soprattutto poco riconducibile all’attualità. Liquidarlo come il “dio degli inizi” è di per sé un controsenso in quanto per essere solo quello gli basterebbe un’unica faccia. Perciò originalmente ci deve essere stato qualcosa di più in questa figura, che però non ci è stata tramandata nella sua interezza.
Al di là delle lacune, è evidente che abbiamo a che fare con lo scorrere del tempo, non con il suo scandire (per quello c’è Crono), ma forse con il gestire il suo flusso, governarlo. Quindi una faccia guarda indietro verso il passato, mentre l’altra è indirizzata verso il futuro. Questo è già un concetto che ci è più vicino. In fondo le nostre vite sono dominate da un costante intreccio di passato e futuro che strattonano un presente che spesso fa fatica a restare tale.
Tutti abbiamo nodi cruciali nel nostro passato che proiettano ombre complesse e irrisolte nel nostro presente e che inevitabilmente influenzano anche le nostre aspettative per il futuro. Se così non fosse, la psicanalisi non avrebbe ragione di esistere. D’altra parte, l’incalzare del tempo che passa, tempo sempre più stretto e ritmi serrati di una vita frenetica, ci fanno vivere a metà respiro, prigionieri del prossimo compito da portare a termine, soffocando le esigenze dell’immediatezza che spesso risulta mal espressa.
Poeti, filosofi e scrittori di tutte le epoche si sono occupati della questione lasciandoci pagine di profonde riflessioni. Ma basterebbe guardare la lingua, che essendo lo specchio riflettente dell’identità culturale di un popolo, ne cristallizza i criteri di giudizio, i parametri di pensiero e il modus operandi.
Ci sono culture in cui il passato, i ricordi, la nostalgia, il rimpianto hanno un peso maggiore, mentre altre considerano il bagaglio trascorso quasi un intralcio alla promessa ottimistica del futuro, per cui i concetti di guardare avanti e guardare indietro che plasmano le varie frasi idiomatiche, avranno una valenza diversa per gli uni o per gli altri.
In Europa in generale si lascia molto spazio al passato. Basti pensare alla monumentale rielaborazione della vita vissuta, in ben sette volumi, “Alla ricerca del tempo perduto” del francese Marcel Proust. Altrimenti, in quantità minore, ma con qualità sublime, citiamo il nostro Giacomo Leopardi per il quale la “rimembranza” è parte essenziale in una poetica volta verso un passato idealizzato e quasi illusorio nella sua vaga lontananza nella memoria.
In completo contrasto possiamo dire che il futuro è americano. Lo spazio, la tecnologia, il nuovo, la prossima grande idea arrivano tutti da lì. Il carburante che alimenta lo slancio proiettato verso l’avvenire degli americani è il perseguimento della “meta”, per cui gli sforzi per raggiungerla e le strategie per gestire le avversità che ne impediscono il raggiungimento occupano una buona parte del loro pensiero, del loro linguaggio e del loro modo di fare.
Steve Jobs, che per molti non è solo l’imprenditore di Apple, ma una specie di guru, sintetizzò bene il concetto quando disse “Se fai qualcosa e risulta abbastanza buona, dovresti andare avanti a fare qualcosa di meraviglioso, non aspettare troppo. Pensa solo alla prossima cosa”. Questa mentalità, che mira a risultati concreti preferibilmente raggiunti in tempi brevi, si presta benissimo per i campi in cui gli americani eccellono: business e sport. Per cui anche un cestista come Bo Jackson se la sente di decretare (giustamente, visto lo sport) “Fissa le tue mete in alto e non fermarti finché non le raggiungi”.
Il terreno era già stato preparato da una certa visione religioso-filosofica inglese, che però si realizzò pienamente nel Nuovo Mondo, regalandoci gemme come “Non fermarti, non indugiare nel tuo viaggio, ma cerca l’obiettivo che hai davanti” del predicatore metodista anglo-americano George Whitefield. Anche i padri della patria continuarono su questa linea con Abramo Lincoln che più modestamente disse “Io cammino lentamente, ma non camminerò mai all’indietro”. O Harry S. Truman che raccomandava di “Non fare progetti piccoli. Fai il più grande piano che puoi immaginare e dedica il resto della tua vita a realizzarlo”.
Quindi, guardare avanti sempre e comunque, a dispetto degli ostacoli; “Se non puoi volare, corri, se non puoi correre, cammina, se non riesci a camminare, allora striscia, ma qualunque cosa tu faccia, devi andare avanti” intimava Martin Luther King Jr., con Theodore Roosevelt che spronava “Coraggio non vuol dire avere la forza di andare avanti, ma di andare avanti anche quando non si ha nessuna forza”.
Indubbiamente l’atteggiamento yankee del “You can do it” funziona bene e produce risultati, ma per la nostra mentalità a volte si rivela un po’ troppo semplicistico, probabilmente in quanto non prende in considerazione la complessità della trama nell’esistenza. In fondo da noi è il percorso che acquisisce importanza, perché mette in moto l’azione trasformatrice del cammino piuttosto che il mero ottenimento della meta. Il viaggio offre, per citare Claudio Baglioni “la verità della strada che è lunga e segreta”.
Seguendo questa scia, il grande scrittore portoghese Fernando Pessoa, aveva trasformato il motto americano in paradosso dicendo “Andare avanti, inseguire l’assenza di avere un fine e dell’ansia di raggiungerlo”.
Tornando a nostro Giano, forse i suoi due volti contrapposti sono, sì, rivolti verso il passato e il futuro, ma non con lo stesso atteggiamento, perché l’elaborazione degli eventi trascorsi richiede processi molto diversi dalla proiezione di volontà e speranze verso l’avvenire.
Oppure possiamo dirla con le immortali parole di Søren Kierkegaard “La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”.
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