INSEGNANDO S’IMPARA Disonore al merito

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INSEGNANDO S’IMPARA Disonore al merito
Foto Shutterstock

Gli esseri umani sono creature complesse e può accadere che una persona abbia generalmente dei comportamenti ineccepibili e si distingua per delle capacità meritevoli, ma possa anche compiere un’azione disdicevole che compromette il suo immacolato curriculum. Tale situazione non deve essere rara, se è stata contemplata a priori anche nello statuto dell’Ordine che regola le Onorificenze al Merito, in cui si decreta che “incorre nella perdita dell’onorificenza l’insignito che se ne renda indegno”. La domanda che consegue è di quanta indegnità ci si deve macchiare per arrivare alla revoca? Tralasciando l’ovvietà dei gravi crimini contro l’umanità, il concetto di indegnità al momento risulta interpretabile, ma in Italia, in presenza di una condanna penale definitiva, che preveda come pena accessoria l’interdizione dai pubblici uffici, la revoca è automatica.

Nel 2022, ad esempio, sono state effettuate revoche sia dall’Ordine al Merito della Repubblica che dell’Ordine della Stella d’Italia. Nel primo caso una prefetta lombarda, dopo una condanna in definitiva per abuso d’ufficio, è stata spogliata delle quattro onorificenze ottenute tra il 1994 e il 2010 (Cavaliere, Ufficiale, Commendatore e Grande ufficiale al Merito). Nel secondo caso, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, dieci tra oligarchi e funzionari russi, hanno perso i loro titoli (un Grande Ufficiale, sei Commendatori, e tre Cavalieri), anch’essi “per indegnità”. Da notare che la revoca può essere effettuata anche dopo la morte dell’insignito.

Nel Regno Unito la situazione è ancora più interessante proprio in quanto monarchia. Anche se la defunta regina Elisabetta era generalmente benvoluta, molti sudditi mal sopportano la sostanziale antidemocraticità di un sistema ereditario, per cui un modo di manifestare la propria antipatia è quello di rifiutare un’onorificenza. Così due rock star per certi versi simili come Mick Jagger e David Bowie hanno risposto in maniera diversa all’offerta: il primo, come già detto, l’ha accettata divenendo Sir, l’altro rifiutandola in ben due riprese. In effetti spesso, quando un potenziale insignito declina un primo titolo, in seguito gliene viene offerto un altro di grado maggiore, quasi fosse la tentazione delle caramelle (dai, prendila, lo so che la vuoi!). Vale la pena di dire che in molti casi funziona, come per Sir Laurence Olivier che ha accettato di divenire pari a vita nel 1970, dopo un primo rifiuto del 1967. Similmente, la a volte irriverente Vanessa Redgrave, aveva declinato il titolo di Dame nel 1999, acconsentendo di riceverlo nel 2022. Per Julie Christie, Albert Finney, Alan Rickman e il regista Danny Boyle, invece, il “no” è stato definitivo.

Molti gli scrittori che per vari motivi hanno fatto “il gran rifiuto”. Ci troviamo due Bennet, il drammaturgo Alan e il romanziere Arnold, la “mamma” di Harry Potter J. K. Rowling, la coppia letteraria inglese più famosa, Leonard e Virginia Woolf, i poeti Robert Graves, Philip Larkin, e W. H. Auden, gli scrittori Aldous Huxley, Joseph Conrad, Graham Greene, Julian Barnes e J. G. Ballard (che definì il cerimoniale “una farsa ruritana”), i drammaturghi irlandesi George Bernard Shaw e Seán O’Casey. Da menzionare a parte Rudyard Kipling, che non solo rifiutò onorificenze di vario tipo, ma scrisse anche una lunga ballata – “The last rhyme of true Thomas” – sulla necessità di ripudiare gli onori terreni in favore di un ideale artistico più alto.

Tra i pittori, ricordiamo Francis Bacon e L. S. Lowry, che avendo declinato ben sei onorificenze, detiene il record dei rifiuti.

Molto interessante anche la posizione di un gruppo eterogeneo di grandi che non avevano nulla contro le onorificenze, ma detestavano i titoli, per cui hanno respinto gli onori che avrebbero interferito con i loro nomi, accettando in cambio medaglie al merito o riconoscimenti che non comportavano modifiche anagrafiche. Qui troviamo uomini e donne di lettere come Doris Lessing, E. M. Forster e Michael Frayn, gli scienziati Stephen Hawking, Peter Higgs e Francis Crick, i pittori Lucian Freud e David Hockney.

Vediamo infine il capitolo revoche all’inglese. Anche qui il regolamento prevede che in presenza di una condanna penale, gravi infrazioni militari o “condotta esecrabile”, qualsiasi premio o riconoscimento venga revocato. Siccome in quasi tutti i paesi vige l’usanza di concedere alte onorificenze a capi di governo o teste coronate di altri paesi, la situazione è aperta a complicazioni nell’evento di conflitti, guerre oppure quando gli insigniti si rivelano degli spregevoli tiranni (ad esempio Nicolae Ceaușescu o Robert Mugabe).

È facile indovinare che le due guerre mondiali hanno visto una rimozione in massa di riconoscimenti. Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, gli imperatori Francesco Giuseppe d’Austria e Guglielmo II di Prussia, nonché tutta una serie di principi e duchi tedeschi sono stati spogliati di altissime (e multiple) onorificenze insignite anche trenta o quarant’anni prima. Mentre all’inizio della Seconda guerra mondiale l’attenzione si è spostata sui giapponesi e sugli italiani. A rimanere a mani vuote questa volta sono stati da una parte l’imperatore Hirohito e suo fratello Nobuhito, principe Takamatsu e, nel bel paese Vittorio Emanuele II e Benito Mussolini. Nel 1891 il re era stato insignito sia dell’Ordine della Giarrettiera che della Royal Victorian Chain (entrambe revocate nel 1941), mentre il Duce nel 1923 era stato nominato Cavaliere della Gran Croce dell’Ordine di Bath (tradotto anche come Ordine del Bagno, ma io ho le mie riserve), venendo privato del titolo nel 1940.

Siccome la regina Elisabetta aveva scelto proprio quest’ultima onorificenza come dono da fare ai capi di stato che incontrava in visita ufficiale, nell’ottobre del 2000, l’aveva concessa all’allora presidente Ciampi. Continuando la tradizione, anche il re Carlo III in visita a Roma nell’aprile di quest’anno, l’ha presentata al presidente Mattarella.

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