INSEGNANDO S’IMPARA Dio non sa chi sono io (2)

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INSEGNANDO S’IMPARA Dio non sa chi sono io (2)
Foto Shutterstock

Per una felice coincidenza, il tema del nostro bozzetto coincide con l’attualità dei lavori del G20 appena conclusi in Sudafrica. Alla vigilia del vertice di Johannesburg, l’organizzazione umanitaria Oxfam, aveva rilasciato i dati sul quadro della diseguaglianza globale che confermava quello che già sappiamo tutti e cioè che i super ricchi sono sempre più ricchi e il divario con i poveri si allarga in maniera spropositata. Dal rapporto della task force risulta che, dal 2000 al 2024, la ricchezza privata “è aumentata vertiginosamente” ma l’incremento “è stato appannaggio dell’1% più ricco del pianeta, mentre la metà più povera dell’umanità ha incamerato appena l’1% della nuova ricchezza”. Come dire, un percento noi, un percento voi, siamo pari.

Per capire le categorie di cui stiamo parlando, immaginiamoci di dover organizzare un matrimonio. Noi comuni mortali prenotiamo un ristorante, magari in un bell’albergo; i benestanti prenotano tutto l’albergo; i ricchi si riservano tutto il resort e i super ricchi tengono in scacco tutta la città per tre giorni.

Ma più che i capricci dei ricchi qui ci interessa osservare la psicologia degli individui che accumulano tanto denaro e di come ad un certo punto scatti un certo senso di onnipotenza per cui tutto sembra possibile. Con questo modo di pensare le regole diventano arbitrarie e, o vengono ignorate, o messe in discussione e sfidate. Dopo aver menzionato le regole degli uomini, le leggi, oggi vediamo l’atteggiamento con cui si guarda alle leggi della fisica.

Non sarà sfuggito a nessuno il fenomeno per cui, nel momento in cui un individuo ha, per dirlo alla nostra “più soldi che sentimento”, il pianeta Terra comincia a stargli stretto e inizia a guardare allo spazio. La volta celeste diventa perciò la nuova zona di conquista, dove vanno convogliati immensi fondi e inventate nuove prospettive d’affari.

L’interesse di gruppi privati per i viaggi spaziali è andato progressivamente aumentando dagli anni ‘80 in poi, contemporaneamente al calo dell’interesse pubblico e alla fine della rivalità anche cosmica USA-URSSS. Fino alla fine degli anni ‘90 queste iniziative riguardavano soprattutto la messa in orbita di satelliti o brevi raid nell’atmosfera terrestre, ma il moltiplicarsi dei tentativi spronò un patito dello spazio, Peter Diamantis, a istituire l’X Prize (divenuto poi Ansari X Prize), ovvero un premio di 10 milioni di dollari alla prima organizzazione privata che fosse riuscita a lanciare in orbita una navicella equipaggiata, per almeno due volte nell’arco di quattordici giorni.

Con l’inizio del nuovo millennio, tutta questa attività accelera e sulla scena, piuttosto che gruppi, appaiono individui con nuove ambizioni e soprattutto con nuovi record che vengono stabiliti e infranti a ritmo serrato.

Il primo volto riconoscibile della corsa allo spazio è stato quello del miliardario Paul Allen, già socio di Bill Gates alla Microsoft, che, avendo fondato la Scaled Composites Tier One con l’ingegnere aeronautico Burt Rutan, il 21 giugno 2004 vede andare il suo veicolo spaziale al di là della linea di Kármán ovvero a 100 km sopra il livello del mare, “confine” tra l’atmosfera terrestre e lo spazio esterno. Inoltre, sempre loro, il 4 ottobre seguente, a esattamente 47 anni dal lancio dello Sputnik1, si aggiudicano proprio l’Ansari X Prize.

Dal 2018, dopo la morte di Allen, sul palcoscenico della “corsa allo spazio dei plurimiliardari” si misurano tre mega imprenditori con le rispettive aziende Jeff Bezos con Blue Origin, Richard Branson con Virgin Galactic e Elon Musk con SpaceX; un americano, un inglese e un sudafricano, ognuno con le sue idee e motivazioni riguardo ai viaggi spaziali, ma soprattutto tre individui dall’ego esorbitante che non esitano a portare le proprie rivalità fuori dall’atmosfera terrestre.

Così Branson e Bezos, che si contendono la piazza del turismo a gravità zero, battibeccano su chi abbia stabilito i record dello spazio con Branson che l’11 luglio del 2021 entra nella sfera sub-orbitale a bordo del suo Virgin Galactic Unity 22, ma nove giorni dopo Bezos reclama il suo primato spingendosi oltre la linea di Kármán a bordo dell’NS-16 di Blue Origin. Intanto nel settembre dello stesso anno Space X, che era stata la prima missione privata a visitare la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), mette a disposizione la sua capsula Crew Dragon per il primo viaggio con solo passeggeri privati a bordo e solo due anni dopo sviluppa e lancia lo Starship, il più potente razzo pilotato fino a questo momento.

L’attività della corsa si intensifica nei due anni seguenti, ma con il ritiro di Branson nel 2023, a contendersi freneticamente la scena rimangono Musk e Bezos, già da anni impelagati in storiche ostilità espresse senza esclusione di colpi in attacchi diretti sui media, sui social o in aula di tribunale. I due litigano su chi abbia il diritto di affittare la piattaforma di lancio del Kennedy Space centre (quella che aveva ospitato le missioni lunari), sui brevetti di atterraggio a bordo di nave, su chi abbia i razzi più grandi o efficienti o su chi si aggiudicherà gli appalti del programma Artemis della NASA, che da brava mamma cerca di farli contenti entrambi. Adesso l’accento si è spostato sulle missioni verso Marte (tema ricorrente nei discorsi di Musk), con il più recente lancio fatto da Blue Origin solo pochi giorni fa, il 13 novembre.

Quale attrattiva abbia questo desolato, ventoso e arido pianeta, grande la metà della Terra, con un’atmosfera irrespirabile e una temperatura media di superficie 63 gradi sottozero, lo sa solo il Signore.

Ma mentre loro battagliano, noi che sulla Terra ci stiamo e vediamo quanto sia ridotta male, non possiamo non pensare che con una piccola porzione dei budget sparati nel cosmo si potrebbe risolvere più di qualche emergenza ambientale e umanitaria. Peccato che in presenza di ego spaziali di tali dimensioni, questo tipo di interventi non venga neanche ipotizzato.

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