La scorsa volta abbiamo menzionato le “convenzioni alfabetiche” che ogni lingua adotta per gestire la grafia dei foni della lingua stessa. Se prendiamo l’esempio della lettera h vediamo che italiano e inglese hanno operato in direzioni diametralmente opposte riguardo al suo accoppiamento con la lettera c, per cui in inglese che/chi viene automaticamente letto če/či mentre in italiano sappiamo che è ke/ki, l’una opta per la pronuncia dolce, l’altra per quella dura della medesima lettera. All’inizio del corso principianti di italiano a Belfast, si sa che, anche dopo varie spiegazioni preliminari, almeno un ottanta percento di studenti continuerà per un po’ a leggere “io mi ciamo”. Ci vuole del tempo per formare la nuova abitudine.
Questo a conferma del fatto che quando si vede qualcosa di scritto in un’altra lingua, il primo istinto è di leggerla secondo le proprie abitudini, di cercare dentro alla nostra esperienza un aggancio per la pronuncia, anche quando sappiamo che non funziona, come nel caso dell’irlandese dove la parola scritta e la pronuncia sono due cose molto diverse (Siobhan = Šivon, Niamh = Niv). Allo stesso tempo, pronunciare quello che si vede, ci permette di ricordare com’è scritto. Ad es., dobbiamo ricordarci di scrivere Shakespeare anche quando sappiamo che la pronuncia è contratta in Šekspir.
Chi vive in Istria è abituato a gestire due alfabeti e impara presto a destreggiarsi con le lettere che creano ambiguità di fono, in primis la c che ha creato tanti problemi ai nomi italiani (Mauricio-Maurizio; Forca-Forza), ma in generale le persone riescono a compartimentalizzare le due cose. Perciò sono rimasta un po’ confusa quando, recentemente, la “Cerimonia di firma del protocollo di intesa per la tutela del dialetto istroveneto” è stata “tradotta” nel suddetto istroveneto con “Cerimonia de firma de ‘l protocolo de inteza su la tutela de l’istroveneto” e la data era il “6 giunjo”.
Il mio primo istinto è stato quello di ridere, perché l’effetto effettivamente è comico in quanto rende bene la pronuncia di un croato che sta parlando e scrivendo in italiano, senza riuscire a liberarsi delle abitudini della lingua slava. Ai tempi della scuola questa era la parlata degli “importati”, alunni che dalla scuola croata passavano a quella italiana e dicevano cose tipo “bianca bluzeta con roza fiorelini”.
Al di là dell’ilarità che suscita, le suddette scelte di grafia mi sembrano arbitrarie a cominciare da giunjo – parola per metà scritta in italiano e per metà in croato. Il fono “ɲ” è comune a molte lingue europee, ognuna delle quali trova il proprio modo di renderlo graficamente, per cui in croato è nj ma in polacco e ceco è rispettivamente ń e ň; in spagnolo è ñ, ma in catalano è ny; in portoghese è nh; in rumeno è ni (seguita da vocale) e in italiano e francese è gn. Fino a prova contraria l’istroveneto è di origine romanza, derivato dal latino, per cui è molto strano che, per rendere la grafia della ɲ, non sia stata usata nessuna delle soluzioni delle lingue romanze, ma proprio la grafia croata, cioè di una lingua del ceppo slavo. Cosa c’era di male nel buon vecchio gn? Nel mio dizionario veneziano-italiano c’è, Goldoni lo usa nelle sue commedie in dialetto, finora ha sempre funzionato. Perché cambiare? E per di più adottando una grafia aliena al gruppo a cui appartiene la lingua? Chi lo ha fatto avrà avuto le sue motivazioni e la mia obiezione è che questa mi sembra una scelta controversa e arbitraria, ma soprattutto che non c’era bisogno di abbandonare la grafia gn che storicamente già appartiene all’idioma.
Per quanto riguarda l’usare universalmente la z per esprimere la fricativa sibilante sonora, le mie riserve si riferiscono alla percezione di questa lettera nella nostra zona e alle ripercussioni che va a innescare a livello psicologico.
Si sa che il dialetto istroveneto è portato ad addolcire i suoni, a togliere le asperità, in particolare dalle parole che in italiano contengono la z, specie se doppia. Di solito la soluzione è di passare ad una s: piazza – piassa, stazione – stasion, zoccoli – socoli.
Il problema è come rendere il suono sibilante sonoro graficamente. Qui sono a disposizione tre soluzioni s, x, e z (susin, xe, zugno) e secondo me le prime due sono di gran lunga migliori della terza. Le parlate dei vari dialetti veneti spaziano dalla dolcezza estrema di quello veneziano a quello più “duro” del triestino e una frase come “vien zo!” è più adatta a quest’ultimo che a Venessia, dove andrebbe meglio un “vien xo!”. Ripeto, è una questione psicologica, ma solo a vederla, la z è più aspra.
Osserviamo come la nostra pronuncia cambi a seconda di come sia scritta una parola. Mezzo può essere meso, mexo e mezo. Uno dice, ma è sempre la stessa cosa. Secondo me non è così e la terza versione ha quel tantino di sibilante in più tipico dei parlanti croati. Inoltre, questa è un’altra delle lettere che hanno creato problemi ai nomi italiani in Istria. Sempre con la scusa che “tanto è uguale”, quante Rosanne sono diventate Rozana? Vi sembra lo stesso nome? Non vi sembrano diverse quelle due sibilanti centrali? I Bose di Umago avrebbero serie riserve se il loro nome in “istroveneto” fosse reso in Boze. Magari dietro alla scelta della z come unica grafia del fono ci sarà stato un intento uniformatore, ma questo non solo è grossolano e non tiene conto di svariate sottigliezze, ma da noi va anche a cozzare con le sensibilità storiche del territorio.
Concludo col dire che insistere con la z in tutti i contesti e usare nj per gn, in Istria più che l’istroveneto, si preserva la parodia dell’istroveneto, che non penso sia l’obiettivo del protocollo. In altre parole, usare questa grafia fa ridere e qualcuno glielo deve dire.
Pensate se casa si dovesse scrivere caza, allora anche Casanova diventerebbe Cazanova. Vi sembra corretto? Assolutamente no, anche perché così facendo si offenderebbe la sua dinastia, la sua stirpe, la sua cazada.
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