Il titolo deriva dal modo in cui la Heinz, ancora negli anni ’30, aveva popolarizzato la propria zuppa di pomodoro con la pastina in forma di lettere, e noi qui lo usiamo per fare alcune considerazioni sull’alfabeto, sia nostro che di altre lingue.
Ci sarà una ragione se ogni libro di lingua straniera inizi proprio con l’alfabeto dell’idioma in questione. La premessa di base è che l’alfabeto è una convenzione per cui un numero limitato di lettere esprime, di solito, una gamma maggiore di foni (suoni). Ad es. in italiano la c e la g contengono entrambe sia un suono palatale o dolce (cena, gelato) che gutturale o duro (casa, gatto). Per cui bisogna imparare subito quali siano le soluzioni adottate delle altre lingue.
L’eccezione sembra arrivare proprio dai Balcani in quanto nella seconda metà dell’Ottocento, la riforma dell’alfabeto cirillico serbo, portata avanti da Vuk Stefanović Karadžić aveva decretato che per ogni fono della lingua ci doveva essere una lettera che lo esprimesse e che ogni lettera dell’alfabeto doveva corrispondere ad un unico fono, da cui il famoso detto “scrivi come pronunci e leggi com’è scritto”. La riforma ha influenzato anche l’alfabeto croato, con l’eccezione dei foni lj e nj che non hanno un’unica lettera predisposta. Una conseguenza di questa riforma è anche il fatto che in croato e serbo le lettere non hanno un nome di riferimento, ma esistono appunto solo in forma di suono, un po’ come le vocali in italiano.
Generalmente, soprattutto per le consonanti, e in inglese per tutte le lettere, la situazione è diversa. Prendiamo ad esempio la lettera h, che in croato esiste solo nel fono fricativo glottidiale sordo che conosciamo, ma in italiano, seppur muta, si chiama acca, in inglese aitch, in spagnolo hache, in portoghese agá o hagá, in francese ache, mentre in tedesco e altre lingue slave dell’est, è ha. Ci si potrebbe chiedere se l’avere o non avere una denominazione per le lettere sia importante, e in genere questo non ha un impatto di rilievo sulla lingua, finché non si tratta di sillabare o di gestire gli acronimi. E qui la cosa si fa interessante.
Sappiamo che il nome completo della Jugoslavia era composto da quattro parole in croato e cinque (contando anche la preposizione) in italiano e gli acronimi erano rispettivamente SFRJ e RSFJ. In italiano l’acronimo si pronunciava poco, ma in croato, se lo si sentiva, era proprio nei quattro suoni distinti di cui è composto. Poi è successo qualcosa e in croato l’atteggiamento verso le lettere dell’alfabeto è cambiato, non so se sia stata una decisione consapevole, ma fatto sta che nella neocostituita Repubblica di Croazia i partiti venivano chiamati in modo nuovo (tutti i partiti e istituzioni, sono qui citati solo a titolo esemplificativo). HDZ, SDP in italiano non hanno creato problemi diventando accadizeta e essedipi, ma in croato sono hadeze e esdepe, come mai? Da dove arriva il nuovo modo di pronunciare? da quale alfabeto è stato preso in prestito? Di primo acchito sembrerebbe il tedesco, ma la z non coincide in quanto in Germania si pronuncia tsett. L’unica lingua in cui ho trovato la z come ze è il portoghese; quindi, se scomponiamo la pronuncia dell’HDZ vediamo che l’H è tedesca, la D è sia tedesca che portoghese e la Z solo portoghese. Personalmente non credo che nessuno si sia servito dalla smorgasbord degli alfabeti europei e non ho fatto ricerche in merito, ma quello che mi preme sottolineare è che per leggere i nuovi acronimi sia stato modificato il modo consueto di pronunciare l’alfabeto.
Anche l’italiano è interessante riguardo a questo argomento e, secondo me, rivela l’innata arte di arrangiarsi del popolo che lo parla. Mentre l’inglese, salvo rarissime eccezioni, si mantiene rigorosamente in linea con la pronuncia, scomponendo gli acronimi nelle singole lettere (CIA – siaiei), in italiano, se la parola si può leggere, la si legge! Cìa, appunto. Si può sempre captare un fugace lampo di fastidio nei giornalisti TV che seguono le vertenze sindacali, quando devono sillabare per intero la CGIL (cigiielle), mentre CISL e UIL scivolano molto più facilmente sulla lingua.
Nonostante questo, l’italiano è anche suscettibile alle mode del momento. Nel movimentato periodo tra il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (che noi leggevamo proprio URSS), per dare un tono di maggiore intensità alle notizie già drammatiche, alcuni giornalisti si erano messi a chiamare il KGB, non kappagibi come da regola, ma kagebe. Ma perché? Così, arbitrariamente, perché suonava meglio?
Altra pecca dell’italiano è quella di non nascondere la propria adorazione per l’inglese/americano e di adottare i loro acronimi invece che la corretta versione italiana. Gli USA in italiano dovrebbero essere SUA – Stati Uniti d’America, ma io non ho mai visto usare tale acronimo, quanto sempre l’originale inglese, tra l’altro neanche pronunciato yuesei, ma usa (due pecche con un acronimo). Anche la terribile malattia dilagata negli anni ’80-’90, che in Francia e Spagna veniva giustamente chiamata SIDA, in Italia è sempre stata solo AIDS.
Finiamo con i problemi per gli acronimi in inglese, che non derivano dall’alfabeto, quanto dall’attività dei social che, non solo hanno creato le proprie scorciatoie, ma che grazie alla rapidità delle tecnologie, si diffondono e stabiliscono in un batter d’occhio soppiantando i vecchi significati. È ovvio che nelle e-mail d’ufficio non si usa più l’acronimo FU per dire “follow up”, il che fa infuriare perché l’oscenità originale era F…You – quindi FY, ma la scorciatoia ha decretato FU e FU è restato. Infine, (dando per scontato che si sa cosa significhi WTF) i poveri World Taekwondo Federation e Wisconsin Tourism Foundation, si sono trovati con le spalle al muro: o cambiare nome o non usare mai l’acronimo.
Mi sembra doveroso finire con un bel LOL, anche se in italiano avrebbe dovuto essere MDR (muoio dal ridere), ma si sa che il primo amore non si scorda mai!
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































