Non so se ci siamo capiti, ma volevo dire, no, per spiegarmi meglio, siamo seri, in buona sostanza, per farla breve, sicuramente, comunque, non c’è problema, dico bene. Chiaro?
Chiaro proprio no e l’obiezione che mi par di sentire è che non ho ancora detto niente. Al che rispondo che non è esatto, in quanto tra titolo e prima frase ci sono 224 caratteri (spazi inclusi). Ammetto però di non avere detto niente “di concreto”, ma questo è proprio il tema di cui volevo discutere oggi, ovvero gli intercalari, e di come questi riempiano spazi nei nostri discorsi, senza peraltro aggiungervi nulla di essenziale.
Partiamo dal presupposto che tutti noi li usiamo; il che è già paradossale, in quanto significa che tutti utilizziamo qualcosa che non ci serve e che non ha né una funzione linguistica, né trasmette ulteriore significato. È ovvio, dunque, che sotto ci sono delle motivazioni che non originano solo nella lingua, ma si collegano, sia alla psicologia del parlante che alle norme sociali.
Un intercalare è un momento di pausa il cui scopo è di rallentare il tempo dell’esposizione, permettendoci raccogliere le idee e rinnovare la concentrazione. In altre parole, mentre enunciamo parole e frasi automatiche e senza impegno, il cervello corre di qua e di là a ricostruire i pezzi del ragionamento in atto. L’esempio migliore di quest’attività sono le nostre interrogazioni scolastiche, prima grande palestra di intercalari (sì, dunque, come lei ben dice, ovviamente Dante è nato a Firenze, il che è vero e praticamente, questo, come dire, lo rende sostanzialmente un fiorentino, no?). Poi diventano un’abitudine, un tic automatico che ci sfugge e sul quale sembriamo non avere più controllo. Il problema è che, essendo gli intercalari parole di origine varia, a volte ci riempiamo la bocca anche di oscenità. Basta andare in un qualsiasi bar istriano e captare le conversazioni dei tavoli vicini; se si parla in croato ogni tre parole ce n’è una che inizia per “j” o “p”, mentre in italiano fa bella mostra di sé il membro maschile, usato, come dice il mio amico Pino, “in senso rafforzativo”. In questo caso, basterebbe dire “cavolo”, ma deve essere che la doppia zz dà più soddisfazione.
Bestemmie e parolacce a parte, gli intercalari sono di solito sostantivi, avverbi, congiunzioni, frasi fatte e altre particelle, spogliati del loro significato e inseriti a casaccio nella frase. Per capire che la parola usata come intercalare non mantenga più il senso originale, basta vedere come a volte venga usato il termine “niente”: “e allora, niente, lui ha perso il controllo della macchina e, niente, abbiamo sbattuto. Niente, ci hanno portato all’ospedale e niente, lui è ancora in coma e io niente, ho dieci punti in testa e tre costole rotte”.
Scavando più a fondo troviamo che, pur essendo gli intercalari semanticamente vuoti, la scelta di intercalare, rivela qualcosa del parlante: il suo stato d’animo, l’atteggiamento, addirittura il livello di autostima.
Chi usa spesso “è vero/non è vero, no?, ok, in un certo senso, all’incirca, dico bene”, lascia trapelare una vena di insicurezza, di timore di esporsi troppo e probabilmente cerca anche l’approvazione dell’altro; mentre frasi come “dico io, piaccia o non piaccia, qui lo dico e qui lo nego, e c’intendiamo”, arrivano da persone più sicure, a volte anche aggressive che non si fanno troppi problemi a dominare la conversazione. Coloro che invece si affidano agli “eccetera, e così via, via dicendo” stanno bluffando (vedi gli studenti sopra) in quanto raramente hanno altro materiale da aggiungere.
Ci sono poi gi intercalari che arrivano dalla politica, dai media (TV e social), intercalari regionali (ciò, deh, maremma). Vanno menzionati anche quelli generazionali, la cui funzione è di accomunare i giovani in uno spazio linguistico separato, nel quale riconoscersi. I sessantottini ci hanno regalo l’onnipresente “cioè”, poi sono arrivati “mito e mitico”, “bello e cuccare” ecc. Da notare che sto barando perché è un eccetera sul vuoto. Vivo all’estero e sono fuori dai circoli giovanili da una vita, gli intercalari degli adolescenti chi li conosce? Anche se scommetto che saranno orride creazioni di inglesiano.
Ci sono istanze in cui gli intercalari vengono usati intenzionalmente, come mezzo per manifestare la propria superiorità nei confronti degli altri. I “veda” dell’avvocato Agnelli ai giornalisti che l’intervistavano, arrivavano da altezze che loro non potevano neanche intra-vedere, mentre i “mi consenta” di Berlusconi facevano tutto tranne che consentire a chiunque altro di esprimere pareri anche vagamente dissenzienti. Quest’atteggiamento è più diffuso di quanto di pensi ed è specifico delle persone che si trovano ad esercitare anche un minimo di potere. Durante gli anni universitari, c’era un professore dall’eloquio a volte pleonastico che, quando non era d’accordo con l’intervento di uno studente, anteponeva alla sua confutazione un bellissimo “lei m’insegna” dall’effetto schiacciante.
Ci sono (o ci sono stati) personaggi contraddistinti proprio da un intercalare loro personale. Cosa sarebbe Vasco Rossi, senza un “eeee” a mani gesticolanti o il grande Alberto Sordi senza un “Ammazza! Ahò”. Ma anche senza arrivare alla caricatura, coloro che amano seguire le bellissime conferenze di Alessandro Barbero, sanno che qualche “dopodiché” se lo devono aspettare.
Siccome non va bene limitarsi al cucire i panni addosso agli altri, concludiamo con un po’ di sana autocritica. Spero che quelli che leggono regolarmente questi bozzetti apprezzino il fatto che cerco con tutte le mie forze di limitare i “praticamente” e i “comunque”, che il mio cervello mi manda in massa d’ufficio. Poi magari ci saranno altri tic di cui non sono consapevole, ma è proprio questa la natura degli intercalari.
Infine, quando insegno, la domanda che mi arriva immancabilmente alla prima o alla seconda lezione è “What does ‘allora’ mean?” Come dire, I rest my case.
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