Ventidue verticale: il fiume di Fornovo. Di nuovo? Dovrei ricordarmelo… l’ho cercato tante di quelle volte… ma il cervello gira a vuoto. Mentre attivo il telefonino, mi rimprovero che dovrei mandarlo a mente, se non altro perché è una delle definizioni più ricorrenti delle parole crociate. Ecco, Taro. Ah sì…
Quanti momenti “Ah sì…” abbiamo ogni giorno? Dettagli, informazioni, dati, che ci servono e che troviamo con un clic, ma che scivolano nel dimenticatoio non appena la necessità si è esaurita. Ma la volta dopo bisogna rifare tutta l’operazione perché della ricerca precedente non è rimasta traccia e quando riconosciamo la risposta, scatta l’Ah sì…
Questo fenomeno, riconosciuto e ben documentato, è noto come effetto Google o amnesia digitale, e in sintesi è la diminuzione di capacità mnemonica causata dalla comodità e rapidità di accesso online a qualsiasi informazione in qualsiasi momento. Praticamente, da quando sappiamo che con un clic possiamo trovare ogni dato che ci serve, abbiamo affidato parte della nostra capacità di ricordare alla macchina. Basta riconoscere che con la lista dei contatti sul cellulare, non abbiamo più mandato a memoria un solo numero di telefono. Idem con le notifiche che ci ricordano le date dei compleanni o il calendario online al quale abbiamo delegato sia gli appuntamenti importanti, che altre mille cose che dovremmo ricordarci da soli.
Ma uno dice pazienza, tutto questo meraviglioso progresso val pure il sacrificio di un po’ di memoria. Fosse solo questo. Il problema reale è che abbiamo compromesso anche il nostro modo di pensare. Io mi ricorderei il fiume di Fornovo, se solo una volta mi fossi premurata di controllare dove sta ‘sto benedetto posto, e scoprire che sta in provincia di Parma, Fornovo di Taro appunto. Per creare questo contesto intorno al fiume mi ci sono voluti un paio di minuti che, spesi così, sono stati utili sia per la mia memoria che per il mio sapere. In fondo cosa mi costava farlo prima? Per le parole crociate, cinque minuti in più, cinque in meno, non mi cambiava la giornata. Invece no, ogni volta ho trovato l’informazione con il clic, riempito le caselle e via, fino alla volta dopo in cui avrei dovuto rifare tutto da capo.
Pensandoci su, mi sento di dover dare ragione al filosofo ed esperto di comunicazione e linguaggio, Nicola Donti che, tra le altre cose, sostiene che uno degli effetti (o scopi?) delle nuove tecnologie è quello di alimentare la nostra pigrizia, con tutte le conseguenze deleterie che ne conseguono.
Nella corsa alla risposta facile e immediata, si sacrificano tante di quelle capacità che ci sono necessarie per pensare bene: l’abilità di contestualizzare i dati, di analizzare e sintetizzare le informazioni, la concentrazione, il desiderio di approfondire e di fare ulteriori domande.
Posso confermare tutto questo anche dalla semplice osservazione dei giovani universitari che ogni anno mi ritrovo in classe. A volte arrivano pimpanti a un livello tre senza aver frequentato i gradini precedenti, forti di aver fatto un popolare corso online (non faccio nomi, anche perché il corso ha i suoi meriti), senza capire che i termini e le strutture che hanno acquisito con la sequenza di clic, adesso devono esser usati in vari contesti. Il risultato è che, nonostante compiti per casa “perfetti” con tanto di congiuntivi (grazie, Google Translate), quando presento loro le stesse domande, ma in forma orale, non sanno mettere insieme una frase compiuta. Dopodiché si smontano e mi chiedono se non sia il caso di scendere di livello.
Diversamente dagli studenti anziani che ancora prendono appunti in classe e li ricopiano in bella a casa, ripetendo e soprattutto cementando quello che hanno appreso, le nuove generazioni usano in maniera quasi esclusiva le nuove tecnologie. In alcuni casi fotografano le pagine che dovrebbero studiare, le danno in pasto a ChatGPT chiedendo un riassunto e usano quello, convinti di “sapere” quello che serve sull’argomento. Tutto quello che sanno invece sono alcuni punti semplicistici che dimenticheranno dopo cinque minuti.
Ma bisogna capirli, perché non conoscono la pazienza, essendo cresciuti nell’era del multitasking (altra colossale fandonia che ci viene continuamente propinata) e sono abituati a seguire contemporaneamente più di uno schermo, fare conversazioni multiple (reali e online), il tutto con le cuffiette che pompano continuamente musica nei timpani. In realtà si provocano un sovraccarico di attività e stimoli informativi, che non fa altro che aumentare in loro la tensione nervosa e erodere la capacità di concentrazione. Lo vedo dalla loro incapacità di prendere parte in pace ad una lezione di italiano che hanno scelto loro di frequentare e che l’insegnante cerca di rendere il più interessante possibile. Non sapendo pazientare, vanno in crisi di astinenza in meno di due ore e, platealmente, tirano fuori i cellulari ansiosi di controllare le notifiche che hanno sentito vibrare in tasca. Io rimango esterrefatta da quello che considero pura maleducazione, ma mi sembra di capire che questo comportamento è ormai così generalizzato che non si sa da dove cominciare per rettificarlo.
Dopotutto, da che mondo è mondo filosofi e sapienti ci hanno sempre messo in guardia sui pericoli delle nuove invenzioni. Già Platone si lamentava che la scrittura avrebbe prodotto “dimenticanza nelle anime” obbligandole a “ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesime”.
Figurarsi cosa avrebbe da dire oggi che oltre alla memoria stiamo arrendendo alle macchine anche le nostre facoltà cognitive, indebolendo il nostro pensiero critico e, complici i social, stiamo scivolando verso una pericolosa passività intellettuale sulla quale le tecnologie fanno leva per dirci anche che cosa dobbiamo pensare. Come dice Donti, sedotti dalla promessa di semplificarci la vita, abbiamo permesso a Internet di trasformarci in analfabeti funzionali senza più punti di riferimento.
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