INSEGNANDO S’IMPARA Agli arrosti domiciliari

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INSEGNANDO S’IMPARA Agli arrosti domiciliari
Foto Shutterstock

Quando i miei studenti desiderano finire il corso in bellezza, con una serata al ristorante (ovviamente “italiano”), facciamo sempre il gioco di chi trova il maggior numero di errori nel menù. Già, perché ce ne sono sempre e anche in abbondanza. La qual cosa è deprimente perché in primis il problema non dovrebbe neanche sussistere. I locali italiani all’estero pullulano di connazionali che un’occhiata alla lista la potrebbero dare, per cui non riesco a capire come mai, dopo che ci si è prodigati di procurarsi le tovaglie a quadretti, le bottiglie di Chianti, le candele gocciolanti e magari anche un mandolino, ci si fermi ad un passo dall’optimum con degli scempi stampati in bella vista per tutti. Ma chi li scrive i menù? Ovviamente non un madrelingua, che i vegetables non li tradurrebbe mai con vegetali. Verdure non è una parola dalla preziosità rara; sta scritta anche sui dadi per brodo che arrivano dall’Italia. L’impronta straniera si vede anche nella posizione di aggettivo/attributo – sostantivo all’inglese per cui c’è un’abbondanza di “del mare risotto, verdura risotto, pollo risotto e bistecca risotto” (nuova ricetta).
Se con il tempo la gente qui ha imparato a scrivere bruschetta e gnocchi, il femminile e maschile, singolare e plurale rimangono ancora terra inesplorata, da cui bruschetta napoletano o calamari fritto. Il tic americano si vede anche nei soliti sospetti di linguini e zucchini, che diventa ancora più grave in linguini scoglio.
Come si vede, le preposizioni vanno e vengono e, nel dubbio, si ignorano. Ormai non ci si volta neanche per spaghetti bolognese e pasta carbonara. Le new entry sono pollo basilico, penne manzo e, l’inquietante, bambini polpette. I menù britannico-irlandesi contemplano sempre una sezione di porzioni ridotte per i più piccoli (da cui le polpette sopra), ma a volte la creatività linguistica sconfina in territori inaspettati. In un ristorante che offriva la pizza Mafioso (ha, ha very funny), nella sezione bambini si trovava il “kids pizzini”. Uno reputa che sia un caso, in cui è stato usato un falso diminutivo di pizza. La questione è se farglielo presente o no. Per il momento abbiamo sorvolato, anche perché dove ci si ferma? Menzioniamo anche chicken scaloppini? Chiediamo lumi sui radiatori e i morsetti che, più che un ristorante, ricordano un’officina? Con un po’ di fantasia si capisce che i primi sono un tipo di pasta e i secondi sono la traduzione sbagliata (nuovamente un falso diminutivo) di “light bites” (bocconcini). Quello che non sono riuscita ancora a decifrare sono le “ali di fuco” che, probabilmente sono la disperazione di milioni di api regine.
Menzioniamo infine le parole che “ci siamo quasi” (ma non proprio): penne arribbitta, pizza primivera, salame e salsicca e pollo Compognollo (presumo campagnolo).
Sia chiaro che il presente bozzetto non viene scritto per prendere in giro gli ignoranti, ma per mettere in evidenza che non ci sono scuse per essere o rimanere ignoranti. Con tutta l’assistenza umana e tecnologica che c’è a disposizione, basta fare un fischio (alcuni dei ristoranti stanno a due passi dall’università e i ristoratori ci conoscono pure) per assicurarsi un menù da professionisti e non devastazioni linguistiche da dilettanti.
Ma questa è una lezione che dovremmo imparare anche in Istria, dove la situazione è ugualmente ridicola ma, se vogliamo, più dolorosa, perché qui veramente non ci sono scuse. È la nostra lingua, siamo di casa. Molti dei ristoratori sono cresciuti parlando dialetto, sanno dove si trovano le scuole italiane (spesso frequentate dai loro stessi figli), ma soprattutto, sono sempre a poca distanza da una Comunità degli Italiani che una mano gliela darebbe più che volentieri.
A cominciare dalle piccole cose come le consonanti doppie. Al momento sembra che le doppie nella sezione italiana dei menù istriani sia determinata da uno che lancia i dadi bendato: là dove casca il dado, si raddoppiano le consonanti. Altrimenti non si spiega il perché di filleto, peppe, pattatine, affetatti misti, ruccola, acceto e peccorino (però polpete). Sembra quasi di sentirli: “hei, con quante f se scrivi tartufo” “due” “te son sicuro? a mi me pareva una” “meti cussì e colì”. Detto, fatto! Risultato: sulla stessa pagina, a due righe di distanza, le tagliatelle si beccano la f singola, mentre i fusi, più rinomati, se la aggiudicano doppia con tartuffo.
Ci sono poi le traduzioni trasandate dal dialetto o dal croato: filetto in scartoccio, orada, brancino; file invece che filetto, pure invece che purè; fino ai falsi amici di ombolo con le lente (presumo siano lenticchie, leće in croato). Ci vuole stomaco per lo sconcertante piatto con la “salsa di ciclo” che ci è voluto un po’ a capire che si parlava della cikla.
Non è tutto un disastro. Anche da una ricerca molto superficiale come questa, risulta che nella zona di Parenzo e parzialmente Rovigno, alcune traduzioni vengono fatte come Dio comanda, con spiegazioni approfondite dei piatti, il tutto scritto bene, in stile moderno. In altre zone va meno bene, con un ristorante che ha tradotto “domaći kupus” con “cavoli nostri”. Inoltre, ci vuole fantasia per comprendere cosa sia il “pesce selvatico della cattura”, mentre il ristorante in “stilo rustico” che “puo godere un numero di 30 persone” va visitato.
Spesso i proprietari dei nostri locali creano bellissimi website, con foto professionali e dettagliate descrizioni della loro “missione”, ma poi casca il palco nella sezione in italiano, il che è un peccato perché, soprattutto nell’umaghese-salvorino, una buona fetta della clientela abituale è rappresentata dagli ospiti di oltreconfine. Consapevole delle tristi figure che facciamo, in alcuni casi, io mi sono anche offerta di “guardare” il menù (pure gratis!), ma la mia proposta è stata gentilmente ignorata. Quasi a confermare il proverbio inglese che dice che “Puoi portare un cavallo all’acqua, ma non puoi costringerlo a bere”.

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