IL COMMENTO Toponimi, travaglio e piccole conquiste

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IL COMMENTO Toponimi, travaglio e piccole conquiste
Foto Roni Brmalj

Il quotidiano “Primorski dnevnik” ha riportato la notizia dell’inaugurazione, a Barcola, di ventiquattro targhe in pietra con altrettanti microtoponimi della località. Si tratta di un’operazione di recupero che ha coinvolto varie realtà della Comunità nazionale slovena e resa possibile grazie alla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. I nomi sono stati riportati esclusivamente in sloveno, più precisamente nella variante dialettale slovena parlata in loco. Il progetto si è basato su un’attenta ricerca delle fonti, sulla raccolta di dati forniti dagli abitanti autoctoni ed è stato supervisionato da esperti di storia del territorio. Il risultato ha dato ottimi frutti. L’affissione delle targhe è avvenuta nel pieno rispetto delle procedure, con l’autorizzazione del Comune di Trieste, senza colpi di mano o forzature. In un’epoca in cui la globalizzazione tende a uniformare tutto, sovente a discapito delle identità locali, la cura delle radici, la valorizzazione dell’identità territoriale e delle specificità culturali assume un significato ancora più rilevante. La diversità, infatti, va riconosciuta e custodita come una ricchezza, non come un ostacolo. I nomi geografici e gli odonimi dei centri abitati costituiscono una componente fondamentale dell’identità, intesa nell’accezione più ampia del termine. Sono, infatti, tra i primi elementi che colpiscono l’attenzione del passante e del visitatore, rappresentando un segno tangibile della storia e della cultura del luogo. Attorno alla città di San Giusto, il recupero dei toponimi storici e tradizionali non è accompagnato da polemiche e controversie che, altrove, hanno assunto toni a tratti grotteschi, pur trattandosi di questioni che meritano seria attenzione. Una riflessione sull’arretratezza culturale esistente in Slovenia credo vada fatta. È difficile dimenticare il caso, poco edificante, dell’opposizione alle targhe con gli odonimi italiani o nella forma dialettale di matrice veneta (risalente alla fine dell’Ottocento), lungo le vie e nelle piazze di Capodistria. I nomi proposti esclusivamente in italiano – perché altre versioni semplicemente non esistono – scomodarono uffici e istituzioni della capitale slovena, fino ad arrivare al ministro della Cultura. Si giunse a un vero braccio di ferro tra lo Stato e il Comune, compreso il sindaco, che aveva favorito il ripristino degli antichi odonimi e non intendeva rimuovere le targhe. Ad un certo punto, messo alle strette, ordinò semplicemente di voltarle e nel giro di una mattinata esse divennero “mute”. I contrariati tirarono in ballo la legge sull’uso pubblico della lingua slovena, senza rendersi conto (oppure agendo con piena consapevolezza) che applicarla a ritroso non solo rappresentava un non senso, ma avrebbe significato una falsificazione vera e propria. Tra le soluzioni proposte, si arrivò addirittura a ipotizzare la traduzione letterale degli odonimi in sloveno. Senza dimenticare la relazione redatta dall’Istituto per la lingua slovena in seno all’Accademia slovena delle Scienze e delle arti: un documento indecente, ignominioso, intellettualmente disonesto, che affastellò dicerie, valutazioni non suffragate dalla documentazione, sostenendo che l’esistenza degli odonimi italiani fosse riconducibile agli irredentisti. Ma ci rendiamo conto? In sostanza, si invitava a “cercare” i nomi sloveni, partendo dal presupposto che dovessero esistere originariamente anche in quella lingua per designare le varie parti della città. A ragion veduta, Gian Antonio Stella scrisse sul “Corriere della Sera” di “un’operazione di iper-rivendicazione nazionalista”. Lo scorso anno, con la disputa delle tabelle, sono cadute le maschere e sono emersi molti nodi. Il continuo sfoggio del solido quadro giuridico che garantirebbe la tutela della componente italiana – spesso descritto come uno dei più avanzati in Europa (almeno sulla carta) – cozzò, ancora una volta, contro la realtà concreta. Nonostante lo sventolio di buoni propositi e di diritti proclamati come granitici, alla fine hanno prevalso gli spettri del passato: il nazionalismo e le imposizioni ereditate dal periodo comunista jugoslavo. In quel frangente, gli odonimi e gli agiotoponimi vennero scientemente e sistematicamente rimossi e cancellati. E oggi, la situazione sembra ancora inamovibile. Il retaggio di un passato enigmatico, dominato da un sistema politico che concedeva e toglieva, intriso di nazionalismo (alla faccia dell’internazionalismo!), continua a rappresentare un fardello. È inutile girarci intorno: alcuni piccoli passi sono stati fatti, ma in generale si va contro un muro di gomma, fatto di ostruzionismo, mistificazioni e fervida immaginazione. Il caso di (Santa) Lucia, nel Comune di Pirano, è fin troppo eloquente. Il giornale sloveno ha titolato l’articolo evidenziando l’orgogliosità dei barcolani verso la propria storia. Anche noi abbiamo un passato di cui andare fieri, peccato che i percorsi siano per lo più ripide salite e che la nostra storia venga vergognosamente alterata dalle istituzioni – quelle di peso – di Lubiana.

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