C’è ancora una voce che chiede requiem. Sono passati esattamente 79 anni. Tanti, troppi e pochi per uno scempio che non è mai stato graziato dalla luce della verità, dall’ammissione delle colpe o delle responsabilità, da una completa vittoria sul silenzio e su delle percezioni tutt’ora discutibili se non errate. Manco nell’ampio contesto umano di una realtà odierna che sembra non aver imparato proprio nulla. La grande storia non è magistra vitae. Insegna e dimostra soltanto quanto si è picchiato, e purtroppo continua a picchiare, sui poveri destini, sulle vittime minimizzate e ignorate. Le vittime sono vittime. E quelle di ieri, come quelle di oggi detengono lo stesso peso, incutono il medesimo rispetto. Perché tornare con sentimenti di pietà di fronte al simbolico cippo? Perché mai va negata la compassione e la misericordia nei confronti di quelle povere anime che hanno pagato le conseguenze scatenate dall’altrui crudeltà, da famigerate ragioni superiori, in una Città afflitta dai residuati bellici e dei suoi relitti, dalla noncuranza di quelli che non hanno mai voluto parlare, parlare per davvero, da chi ha disseminato l’inquietudine e il dolore tra coloro non si sono macchiati di alcun peccato, rei soltanto di essere polesani.
Purtroppo, non si riesce proprio scordare che la tragedia di Vergarolla era diventata a suo tempo anche oggetto di un documentario (non italiano), inserito a pari merito nel ciclo di altri documentari dalla tematica catastrofica, che tentano di ricostruire con dovizia di dettagli, scaturiti da indagini e ricerche, storie di tragedie umane di massa. Grazie per il contributo dato in testimonianze, meno grazie per continuare a conferire a questa deflagrazione la fama del mistero e ancora meno plauso per un’operazione che ha equiparato la specificità e la complessità del momento storico in cui è successa Vergarolla, a un qualsivoglia altro incidente (affondamento di nave o precipitazione di aereo), alle maxi disgrazie che ispirano una certa produzione filmica, che non si sa esattamente perché, forse per ragioni ataviche, fa presa sul pubblico alla pari dei disaster movie. Ma, Vergarolla è altro.
Vergarolla oggi, si porta addosso, in emblematica maniera, il peso di tutta un’altra reputazione, quella di una funesta ouverture a quello che sarebbe venuto dopo, lo snaturamento e la cancellazione identitaria della città stessa. Tanti, troppi o forse pochi anni sono passati per non aver avuto ancora il lusso di vedere riconosciuta una verità lampante, incredibilmente semplice da comprendere: una qualsivoglia comunità umana che finisca tra i “giusti e vittoriosi” non è mai priva di macchia, come manco i cosiddetti perdenti della storia, quelli che non la scrivono, possono dichiararsi puri e scevri da ogni responsabilità. E sono proprio le più cocciute, prepotenti visioni manichee a fomentare oggi il fenomeno di certi revisionismi più esasperati. Per evitarli e inquadrare la realtà passata con maggiore serenità e onestà collettiva, anche perché Vergarolla non può e non deve essere degradata al livello di questo contesto, è necessario il revisionismo onesto. Una reciproca ammissione di colpe da parte dei regimi duri, degli “ismi”, (vale per quelli neri, rossi o di altra cromatura), che hanno tartassato anche Pola e queste terre di confine, oggetto di più o meno grandi appetiti. La revisione, la riscrittura dei fatti del passato va eccome inserita nel manuale della storia locale, con Vergarolla e Pola dentro. Chi si ostina a non trovare il coraggio di ammettere i buchi neri della storia, non troverà mai pace, viaggerà ramingo nella propria ignoranza e ottusità, senza mai capire che soltanto l’ammissione, umile e catartica, è in grado di metterci una pietra sopra e coprire con un cippo, pesante come quello di Vergarolla, i dubbi, le diatribe, le smentite, la durezza di comprendonio che ancora chiudono la strada verso un futuro realmente democratico e libero. L’ammissione è un debito (che ormai non può venire castigato in tribunale), nei confronti di chi è morto prendendo il sole a Vergarolla, perché c’è ancora una voce che chiede requiem. E va ascoltata.
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