Gli eventi che contraddistinguono il difficile momento storico che stiamo vivendo, la riflessione sul complesso passato di queste terre e sulla condizione attuale della minoranza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia, così come su quella del mondo degli esuli, ci impone di interrogarci sul nostro rapporto con la memoria, la capacità di rapportarci con il nostro passato, di stabilire un legame vivo e fecondo con il patrimonio culturale che la storia ci ha lasciato in eredità. L’obbligo cioè di capire quali siano i meccanismi che rendono possibile la rigenerazione della nostra identità, il faticoso quotidiano processo di affermazione di un “senso” del nostro “stare nel mondo” come individui e come comunità.
La memoria, l’eredità culturale, l’essere parte del “fare” e “farsi” della storia, la coscienza del nostro divenire nella società in cui viviamo sono gli ingredienti essenziali della nostra identità.
È da questi presupposti che nasce il grande impegno che tanti stanno profondendo per affermare e valorizzare il patrimonio storico e culturale degli Italiani di queste terre; per “riappropriarsi” di un’eredità storica che le lacerazioni del passato hanno spesso esposto a profonde erosioni, e al concreto rischio della scomparsa.
Il recupero della memoria collettiva è il primo passo per affermare, difendere e sviluppare la nostra identità, il nostro senso di appartenenza a una comunità nazionale. La memoria è identità: il sentirsi legati a un’eredità culturale è il primo tassello per costruire il nostro sentirci parte di una “comunità di destino”, di una collettività capace di condividere un sentire comune. Va comunque rilevato che le memorie, così come le identità non sono né ferme né immutabili, ma maturano e si trasformano nel costante raffronto con l’evolversi del nostro rapporto con il mondo fra passato, presente e futuro. Interrogare la nostra memoria significa darle nuova vita, trasformarla, elaborarla, attribuirle o ritrovarle un senso nuovo nel momento in cui la stiamo “osservando”.
È oltremodo necessario riflettere, oggi, sul vitale rapporto fra memoria e identità e sull’attuale “essere” della memoria, il suo manifestarsi, la sua “condizione” nella società in cui stiamo vivendo.
Per contribuire a questo dibattito vogliamo ricordare i concetti che Umberto Eco aveva elaborato nella “lectio” intitolata “Contro la perdita della memoria”, tenuta all’Assemblea Nazioni Unite nel 2013. Nelle sue riflessioni l’autore de “Il nome della rosa” rilevava il pericolo del continuo oscillare, nella società contemporanea, fra i due opposti “negativi” della memoria; ovvero fra la “memoria debole”, segnata dall’appiattimento e dall’incapacità di “elaborare” il passato, dalla mancanza di “profondità” nel rapporto con ciò che è stato, tanto da essere travolti da un costante presente, e la “memoria caotica”, o l’eccesso di memoria, contrassegnata da una quantità infinita di informazioni, come quelle forniteci dal web, che spesso non siamo più in grado di “filtrare” e discernere.
Da una parte Eco portava l’esempio di tanti giovani (inclusi molti studenti universitari) che non sono in grado di raccontare qualcosa di preciso su eventi avvenuti appena dieci anni prima della loro nascita e quello del personaggio del romanzo “Funes el Memorioso” di Jorge Luis Borges che finiva per soccombere per lo straordinario eccesso, inutile e dannoso, della sua memoria.
Eco ci insegna che abbiamo incrementato la nostra capacità di memoria, ma non abbiamo ancora trovato gli strumenti adeguati per “filtrarla”, elaborarla, selezionarla. “Avere diecimila siti sullo stesso argomento – affermava il grande scrittore, semiologo e filosofo – equivale a non averne nessuno perché un individuo non è in grado di selezionare quelli importanti e affidabili”. “Abbiamo bisogno di centri di formazione – spiega Eco – come la scuola, i libri, le istituzioni scientifiche, alcuni siti web – che ci insegnino come operare la selezione”.
Ecco dunque l’importanza dell’approccio proposto, fra l’altro, da siti come “Espoes” del Circolo “Istria” e da altre istituzioni culturali e di ricerca.
Filtrare – afferma Umberto Eco – è fondamentale per comprendere: è un processo di travaso del sapere, di conoscenza. È l’opposto della cacofonia dell’informazione, del caos, dell’eccesso scomposto di dati, che ci impediscono di discernere e di capire.
“È un dato di fatto – rilevava Eco nella sua lezione alle Nazioni Unite – che di frequente le società non ci facciano dimenticare ciò che sappiamo o sapevamo, ma ci impediscono di scoprire ciò che non sappiamo ancora. Perciò accade che una civiltà possa operare diversi tipi di cancellazione che può spaziare dalla censura (la cancellazione di manoscritti, i falò di libri, la damnatio memoriae, la falsificazione di fonti, il negazionismo) fino alla dimenticanza causata da vergogna, inerzia o rimorso”.
“In un mondo in cui si è tentati di dimenticare o ignorare troppo – ci spiegava Umberto Eco, di cui pochi giorni fa è stato ricordato il decennale della scomparsa – la riconquista del nostro passato collettivo dovrebbe essere tra i primi progetti del nostro futuro”. La riappropriazione di un passato che rischia di andare perduto passa – per gli esuli come per i “rimasti” – attraverso un complesso, difficile, graduale quanto ineluttabile progetto di “ritorno culturale”.
Thomas Eliot affermava che “la cultura è ciò che rimane quando abbiamo dimenticato tutto ciò che abbiamo imparato”. Il suo valore diventa impalpabile, intangibile: non è un magazzino di dati, di libri, di monumenti, di saperi o ricordi. È soprattutto un modo per sentirci e riconoscerci, per capire chi siamo, per tentare di orientarci nel mondo.
Trasmettere un’eredità culturale, un patrimonio storico significa insegnare identità; consentirci di formare un legame profondo con noi stessi, aiutarci a capire ciò che siamo, prendere coscienza del rapporto con l’ambiente, il territorio, la memoria di chi ci ha preceduti.
L’eredità culturale non è data una volta per sempre; può essere cancellata, può andare inevitabilmente perduta. È un rischio concreto che vogliamo e dobbiamo evitare; per questo deve essere “dissodata” come la terra, coltivata, curata, rinnovata. Come l’identità culturale, linguistica e nazionale, ha bisogno di riferimenti certi, di elementi di conoscenza in grado di stimolare attenzione e curiosità, lo spirito critico, il confronto, il bisogno di conoscere.
Per una comunità nazionale, soggetta alla difficile condizione di minoranza, così come per il mondo degli esuli, si tratta di una sfida cruciale che dobbiamo cercare di cogliere per riappropriarci del nostro futuro.
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