IL CALAMO. Yes We Can (Can)

È stato lo slogan fortunato che ha segnato l’ascesa di Barack Obama alla casa bianca, a seguito delle primarie nel New Hampshire. Stando però a quanto rilasciato al magazine del New York Times dallo stratega delle sue campagne elettorali, David Axelrod, il Presidente sarebbe stato alquanto riluttante al riciclo di quella frase, poiché già usata per la sua elezione al senato. In realtà la frase è ancor più datata.
È la traduzione inglese dello slogan Si Se Puede, usato per la lotta che negli anni ’70 condusse l’United Farm Workers, il sindacato dei braccianti latinos, fondato nel 1962 da Dolores Huerta e Cesar Chavez. Un grido di battaglia che, provenendo dal popolo per il popolo, era ideale per essere riproposto a quello stesso popolo che, tanto, di memoria non ne ha. Mossa scaltra e azzeccata, cui il patriottico Coutry first, lanciato all’epoca dall’avversario repubblicano John McCain, non riuscì a tener testa in un’America ormai insofferente ai troppi fucili puntati in Iraq e in Afghanistan. E questa era l’America. Adesso tocca all’Europa. Che si dice depositaria dei valori democratici, garante dei diritti umani, rispettosa della diversità e della libertà.
Il suo unico problema, ahimè, è il popolo. Non tanto quello (più giovane e malleabile) assuefatto dal superfluo, ormai succube delle tendenze distrattive che, sostituendosi sempre più ai suoi tutori naturali (genitori e scuola), mirano ad anestetizzarne la volontà di intendere e di agire. Penose le interviste fatte ai giovani in occasione della visita di Greta Thunberg a Roma: una ragazzina disse persino “siamo qui per protestare contro l’ambiente”. Ma sì, l’importante è marinare la scuola. E men che meno si tratta di quel popolo (elitario) che amministra, delega o specula su borse e portafogli. Ad agitarsi è il popolo che lavora e produce, quello che acquista e consuma, ragion per cui è sì bello e amabile, se non fosse per quel suo grave difetto di pretendere poi voci e diritti che non gli competono, perché, come ricordano voci autorevoli, non è abbastanza colto. Non comprende le cose, e, se lo fa, diventa un pericolo che subito bisogna arginare. Eppure è il popolo che, producendo e consumando su larga scala, fa girare l’economia. Un bel grattacapo: eliminarlo pur avendone bisogno.
Il punctum dolens è proprio l’economia. La triade strategica su cui è focalizzata l’Europa oggi, punta al controllo di 3 aree interconnesse: economia (per il controllo del giro d’affari in cui immettersi al fine di trarne profitto, che, a guardar bene, tutto è tranne che collettivo), esteri (per favorire le relazioni transnazionali necessarie ad assicurare una movimentazione sicura e redditizia ai propri investimenti) e interni (per arginare le proteste di chi, dal basso, si oppone alla realizzazione dei due punti precedenti, quindi per legittimare la profanazione progressiva del tabernacolo identitario – un sacrario, fino a prova contraria, tradizionalmente e culturalmente più sentito dagli stati dell’EU, specie quelli del gruppo di Visegrad, rispetto agli USA). Guarda caso è la stessa triade che in questi giorni di crisi reclama il Pd, in vista di un’alleanza transgenica, per non dire frankensteiniana, con il M5S. Se si giungerà alla stabilizzazione (duratura) di un governo giallorosso, il Pd compirà un miracolo degno di nota: governerà l’Italia per la 4a volta in 6 anni senza il consenso degli elettori. Chiamare ora questa, una democrazia rispettosa della volontà popolare, visto che il popolo nemmeno è stato preso in causa per realizzare la cosa, è quanto meno curioso. Sì, è vero che quella italiana è una Repubblica parlamentare, ma si tratta per definizione di un forma di governo in cui al Parlamento è affidata la rappresentanza democratica della volontà popolare, maturata per mezzo di elezioni politiche. E quelle degli ultimi mesi, sia europee che politiche, non sembrano aver confermato le attuali quote partitiche presenti in Aula, quali espressione della volontà popolare. Anzi. Il popolo, dopo mesi inconcludenti di prova e paralisi, ha nettamente bocciato chi prima aveva eletto. C’è un articolo, nella Costituzione, il primo, che, suo malgrado, recita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Arrivato a fine agosto abbronzato, ma scioccato e stordito, il popolo è stanco ormai persino di votare.
La democrazia diretta, vanto della riforma militante dei grillini, è diventata meno di uno slogan. Questa volta, le consultazioni tra M5S e Pd non sono state trasmesse in streaming, come ci avevano abituati, ma si sono condotte a porte chiuse. E mentre le sorti dell’Italia, dalle mani di quello che si era definito l’avvocato del popolo (Giuseppe Conte), sono passate a quello che è stato costretto a diventare il notaio del Parlamento (Sergio Mattarella), ci passiamo la parola interrogandoci. Non siamo abbastanza colti, già. Di quello che dall’alto ci assicurano essere un Yes we can, noi capiamo solo Can Can.

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