IL CALAMO La panchina dei servi smart

Il Museo del turismo di Abbazia. Foto Nel Pavletic/PIXSELL

Il Museo croato del turismo, sito ad Abbazia in Villa Angiolina, prima villa della riviera costruita per la moglie dal commerciante Iginio Scarpa (italiano di padre, croato di madre), conserva nei propri archivi centinaia di vecchie foto e cartoline d’altri tempi. Tempi in cui le classi sociali erano in sostanza 2: semplificando, signori (nobili, alta borghesia, facoltosi imprenditori o banchieri arricchitisi coi commerci) e servi (inservienti e personale qualificato gravitante attorno alla villa, mastri costruttori, mastri addetti alla manutenzione dell’edificio, giardinieri). Poi intorno c’erano altre costellazioni di maggiore rappresentanza numerica, ma di minore caratura economico-politica, come piccoli possidenti che lavoravano i loro triangoli di terra, con le mogli che ne vendevano i prodotti al mercato, artigiani con piccole botteghe di paese, “gente di mare” (dai mozzi agli ufficiali di marina) e operai. Questi ultimi ebbero la loro ribalta al tempo in cui, nelle fabbriche, tra le due guerre, si cominciò a scioperare, reclamando più diritti e garanzie (sicurezza sul lavoro, aumento di salario, diritto all’educazione dei figli, all’assistenza sanitaria, alla casa, alla pensione, ecc.). Il dualismo che a quel tempo vedeva schierati i “signori” contro ai “servi” (intesi in senso lato come “tutti gli altri”), incitò la lotta di classe, concedendo infine alla cittadinanza le sue meritate conquiste sociali. Di queste, detto in breve, il socialismo reale si è alimentato con vanto per tutto il mezzo secolo successivo, sino al tracollo passato alla storia con il 1989: data paradigmatica della caduta del Muro di Berlino. Dopo è seguita una rivoluzione post-industriale silente, dei cui effetti rovinosi ci stiamo accorgendo solo adesso che sono un problema. Un grosso problema. Nel suo nuovo libro GlEbalizzazione, il filosofo Diego Fusaro fa il punto sulla genesi di quello che definisce il nuovo “imperialismo economico”. Dominando in senso trasversale la moderna società civile occidentale, con sede formale negli USA e propaggini operative gestite da personale complice (gli “amministratori del consenso”) attivo dall’Europa all’Africa, fin sino ai mercati liberi dell’Asia, il nuovo imperialismo opererebbe sotto “copertura ideologica umanitario-filantropica”, ma per imporre, in realtà, la “dittatura della parola unica” e assicurare così ai “flussi globali” di sua promozione (finanziari, economici, migratori, informatici) libera circolazione. Dietro a ciò, ricorda Fusaro, non si nasconde alcun ideale: l’economia, per definizione, non ha etica, tant’è che, se un commerciante ne avesse, non farebbe affari. Il motore della macchina è piuttosto il profitto XXL di un’élite mondialista “mobile, fluida, edonista e con incoscienza felice”, che non tollera né confini (limiti) né identità (nazionali, religiose), poiché percepiti come fattori d’ostacolo all’espansione globale dei propri affari. Il peggio è che, per imporsi, appiattisce lo spazio immaginativo dell’individuo (che dunque non sa più criticare, affermare la propria volontà, proporre un piano alternativo), dato che, avendo ceduto alla seduzione della “forma merce” (Internet, le tecnologie high-tech, la “facile circolazione” di cose e persone ecc.), questi accetta la propria condizione subalterna non solo senza rivoltarsi, ma beandosene come di un’emancipazione o “conseguenza del progresso”. In realtà, è l’esatto contrario. Comandare, come diceva il cardinale Richelieu, gran manovratore della politica internazionale europea del ‘600, è far credere. La civiltà moderna sta assistendo alla tragica perdita di quelle conquiste sociali per cui ha lottato in passato, da che l’individuo è consenzientemente ricaduto nella condizione di “servo precarizzato nazional-popolare”: ha perso la privacy, denudandosi sui social; il lavoro sarà flessibile e “rock” (riders, bloggisti, inventori fai da te), per dirla con Celentano, ma di fatto gli nega qualsiasi progettualità a lungo termine; se osa protestare viene dardizzato come nemico “da eliminare”, anche fisicamente. I cartelli esibiti dalle Sardine, con gli omini disegnati a testa in giù, oltre a Salvini hanno colpito anche Fusaro e il giornalista Socci. Un’accanita caccia alle streghe, dunque, che ha ben poco da spartire con i principi di tolleranza, libera espressione e rispetto dell’individuo, difesi dalla vecchia democrazia. Il nuovo “servo”, oggi, non contrastata più il “signore globalista”, ma gli è assoggettato dal momento stesso in cui ne fa il gioco. L’Ufficio del Parlamento europeo in Croazia, riporta che il 23enne Ivan Mrvoš è stato citato da Forbes tra i 30 migliori giovani imprenditori del Manufacturing & Industry. Ha inventato una smart-banch, una panchina che, dotata di presa USB, Wi-Fi, ricarica per Smartphone e illuminazione notturna LED, si alimenta con l’energia solare. Ha già venduto oltre 900 items. Questo è il futuro: l’Internet delle cose. L’UE sostiene che le smart-cities (tra cui Fiume, Zagabria, Ragusa e Vukovar) migliorino la qualità della vita. Intanto medici, scienziati e organizzazioni ambientaliste di 204 Paesi hanno firmato una petizione (5gspaceappeal.org) in cui chiedono l’abolizione del 5G per l’effetto devastante sulla salute delle radiazioni a radiofrequenza RF. Poco aiuta che dalle smart-streets di Wuhan, deserte come in un film dell’assurdo, dai video dei cinesi segregati al 20° piano di uno smart-building si senta gridare “Wuhan resisti”. Il coronavirus non è smart. Chissà se Samuel Beckett, che negli anni `50 soggiornò a Laurana, standosene seduto oggi su di una smart-bench del Lungomare, preferirebbe attendere l’arrivo del 5G a 1 Godot.

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