IL CALAMO Dubbi amletici prima della gran corsa

La bandiera dell'Unione europea. Foto Sanjin Strukic/PIXSELL

“Essere o non essere”, declamava Amleto. Oggi ce lo chiediamo noi, quanto esserci o non esserci, in quest’Europa disastrata, dacché ci siamo riscoperti molto più italiani e più croati, più francesi e più spagnoli, più inglesi e più tedeschi di quanto non ci credessimo europei. Rinchiusi tra le mura delle nostre fortezze private, assediati da un nemico invisibile, presi alle strette da egoismi, revisioni, incertezze, aggressioni e imposizioni, non ci resta che sventolare le nostre bandiere e cantare ciascuno il proprio inno nazionale dal ciglio di balconi, tetti e finestre. Perché l’inno dell’UE, onore a Beethoven che l’ha musicato e a Schiller che l’ha scritto, non l’ha intonato nessuno – manco i tedeschi. Eppure, vista la connazionalità dei due, un motivo per farlo l’avevano. Parliamoci chiaro: un’Europa acefala, dove a fare gli onori di casa non è un leader eletto dai cittadini, ma un’élite con tutt’al più due cerimonieri a coordinare le attività salonnières del circolo (Von der Leyen e Sassoli), non poteva che finire così. C’è poco da raddrizzare. Lo stampo è nato male. Si è parlato di Europa a 2 velocità, di Europa a 2 polmoni. C’era Bruxelles e c’era Strasburgo, come ai tempi in cui la noblesse, per concedersi una boccata d’aria, ogni tanto si ritirava nelle residenze di campagna. Poi è venuto Višegrad e qualcosa è nato a Ragusa/Dubrovnik (3 Seas Initiative). Naturale chiedersi oggi, come in un fumetto di Asterix “Ma chi è il capo qui, e dove diamine stiamo andando?”. Beggars can’t be choosers, dice un vecchio proverbio inglese. Gli inglesi, infatti, hanno deciso che piuttosto che stare in UE era meglio fare per sé, che si fa per tre. Contenti loro. Noialtri, invece, in agonia come un pulcino indifeso nel nido, spalanchiamo braccia e bocche per accogliere soccorsi. Grati, entusiasti, rinvigoriti in quella che crediamo essere l’affermazione su scala globale dell’universalità dei nostri principi cristiani (carità, solidarietà, empatia). Stiamo male davvero. Ovvio che ogni aiuto, nel momento del bisogno, è il benaccetto. Ma né cubani, né cinesi, né russi, mettiamocelo in testa, hanno fatto proprio i chierichetti da bambini. Delle 20 t di attrezzature mediche (personale sanitario, un ospedale da campo e 60 posti letto, di cui 8 per terapia intensiva), sbarcate a Verona dagli USA e donate a Cremona dall’organizzazione umanitaria evangelica Samaritan’s Purse a costo zero, non si è parlato gran che. Né si è detto che l’organizzazione no profit US Charitable Trust abbia siglato un accordo col centro delle malattie infettive del policlinico Gemelli di Roma, per l’invio di altro materiale e personale medico. Sui social, invece, cori di ispirati aedi e corifee hanno decantato la fratellanza coi cinesi, che, per inciso, a Di Maio e a Macron hanno presentato una fattura. A quegli ordini, loro, hanno soltanto “dato la precedenza”. Carità? No, strategia politica. Fino a qualche tempo fa, il grande pericolo erano le “derive sovraniste”. Non piacevano la Polonia, l’Ungheria, l’Italia e nemmeno la Croazia – troppo bianca, dissero dopo i mondiali di calcio. Si è così provato a correggere il tiro, facendo leva sul potere dei media, sulle debolezze umane e sull’umoralità della gente che, si sa, parla e giudica senza mai approfondire. Furono usati alcuni “vaccini” di pronto-intervento: la donna di spettacolo nel letto (Isoardi), il popolare candidato-attore ingaggiato per svincolare voti (Škoro), l’introduzione della partecipazione condivisa (piattaforma Rousseau), la voce spontanea della libertà (Sardine). Accanto ai “vaccini”, c’erano poi altre forme di terapie complesse più invasive (come il MES), volte a tutelare gli interessi di certa casta finanziaria a scapito dei cittadini – piano passato in Grecia, ma ostacolato in Italia, tanto più dopo la recente pubblicazione dell’Euroleaks (registrazioni e trascrizioni di meetings), pubblicata da Varoufakis per smascherare l’aggressività cieca delle pressioni comunitarie subite. Metodi non proprio falliti, quelli adottati per raddrizzare i rami ribelli, ma dimostratisi comunque privi di quell’incidenza necessaria a spuntare tutti i goals in agenda, e a scardinare alla radice strutture e figure d’ingombro non allineate, quindi poco propense a fruttificare come da programma. I colpi o si sferrano bene o generano disastri, perché un’orsa ferita che sopravvive all’agguato, è peggio di un’orsa che attacca per autodifesa. Con le cose fatte a metà (colpa di boia poco scaltri e di condannati ancora troppo orgogliosi della propria identità), la cabina di regia ha capito la necessità di “tamponare” il peggio, prima che precipitasse con la complicità di un fattore destabilizzante (il virus), sia per l’economia (crescita del debito pubblico del 15-20%, rischio di inflazione e insolvenza sovrana, con crollo delle democrazie) che per l’ordine sociale (il “tradimento” dell’UE, incapace e inadempiente, potrebbe favorire l’anarchia e l’insorgere di profili dittatoriali, in cui riporre fiducia per riemergere dalla crisi). Questo spiega l’operazione Defense Europe 2020, col dispiegamento di 20.000 unità USA sul fronte orientale in uno dei momenti meno propizi per delle esercitazioni, l’emendamento alla durata naturale della carica presidenziale di Putin (da riconfermare fino al 2036), l’approvazione di 1 miliardo di dollari per il progetto 3 Seas Initiative (avviato nel 2015 dalla Croazia) e il cambio di pelle del Dragone che, passato da untore a redentore, vuole ora partecipare ai giochi in loco. I concorrenti stanno scaldando i motori, per una nuova corsa sulla pista europea. Se l’UE, nella sua pluralità, non diventerà sovrana e indipendente a sua volta, non ci resterà che la polvere di bordo campo, in bocca. Con o senza mascherina.

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