IL CALAMO Che accidenti c’entra, proprio adesso, la Bolivia

Ha destato gran scalpore la decisione del governo, poi confermata da Di Maio, di voler erogare 50 milioni alla Banca centrale tunisina (come riferito in un post su Facebook dall’Ambasciata italiana a Tunisi, misteriosamente cancellato poco dopo) e 21 milioni alla Bolivia, proprio in un momento in cui, per imprese, medici e comuni, si fatica a mettere insieme l’indispensabile. Come se non bastasse, La voce di Bolzano, dapprima accusata di diffondere fake news, riporta come a tali cifre se ne aggiunga anche una molto più lauta di ben 500 milioni per adempiere a degli obblighi di Cooperazione internazionale, di cui 200.000 euro destinati per una ONG operante in Somalia e il resto ad altri Paesi. All’interrogazione parlamentare depositata da Andrea Delmastro (FdI), Capogruppo alla Commissione Esteri, Di Maio ha replicato che si tratta di decisioni già siglate nel 2017 e vincolanti dal 18 marzo scorso, quando sarebbero stati firmati sia l’accordo intergovernativo sia il contratto di finanziamento su risorse del fondo rotativo della Cooperazione, di cui Cassa Depositi e Prestiti è Ente gestore. Si tratterebbe soltanto di un credito (benché a tassi agevolatissimi), non di un versamento a fondo perduto (cioè un regalo). In realtà, i memorandum di intesa bilaterale decadono nel momento in cui lo Stato erogatore si ritrova a far fronte a situazioni emergenziali. Secondo i trattati internazionali, in casi di forza maggiore la revisione degli accordi è legittima. La notizia fa quindi tanto più male al personale sanitario italiano che lotta sacrificandosi in prima linea (a loro non si è potuto che dare 250 milioni), ai Comuni in quarantena (che si devono accontentare di ca. 50.000 euro), alle partite IVA (incerottate con quei miseri 600 euro a testa), alle imprese (di cui la metà, secondo Confesercenti, dovrà chiudere entro il 2020, laddove il Sistema Italia già ci costa 35 miliardi di euro di consumi, con 63 miliardi di PIL bruciati dagli inizi della pandemia), per non parlare dei tanti cittadini tra cui molti ormai sono alla fame. Nello shock c’è pure la beffa, per l’Italia (136.162 infetti, 17.198 morti): il credito a Tunisia (623 infetti, 23 morti) e Bolivia (194 infetti, 14 morti) potrà essere utilizzato “per rispondere all’impatto socioeconomico da coronavirus”. Siamo seri: il divino mercato, per dirla con Giulio Tremonti, tenta di sfuggire alla gran tempesta del global desorder cercando appigli in una solidarietà, ormai naufragata sul bagnasciuga delle spiagge europee. In Tunisia ci sono 800 aziende italo-tunisine e la Tunisia è il primo Paese di provenienza dei migranti illegali sbarcati in Sicilia nel 2019 (almeno 2.654, fonte Viminale). Un accordo bilaterale tra i due Paesi vuole favorire l’aumento dei rimpatri. Ciò però dipende dalle decisioni del nuovo governo tunisino che, insomma, forse va un po’ aiutato perché non ci ripensi. In Bolivia invece, dove secondo InfoMercatiEsteri (piattaforma promossa dal Ministero degli Esteri e dalla Diplomazia Economica Italiana) risiedono 3.887 connazionali, nel 2015 è stata aperta l’unica sede estera dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo del Sud America, dopo che, dal 1986, sono stati realizzati 173 programmi per 270 milioni di euro, mentre all’attivo ce ne sono altri 31 del valore di 111.000 euro nei settori salute, emergenza, giustizia, ambiente, acqua. Nel Piano Nazionale di Sviluppo 2016-2020 dell’ex Presidente Evo Morales, tra gli obiettivi prioritari del governo c’era la lotta alla povertà col debellamento dell’analfabetismo e la redistribuzione della terra ai contadini: obiettivi di matrice sociale, maturati dopo lo storico dominio dei “baroni dello stagno” prima (controllavano l’economia nazionale tra le due guerre), e dei dittatori del narcotraffico dopo (anni ’60). Il governo riformista di stampo neoliberale degli anni ’90, fu accusato di vendere la Patria agli stranieri, privatizzando molte compagnie statali, comprese due raffinerie. Dopo le rivolte popolari dell’acqua nel 2000, e l’intervento nel 2003 dei militari che spararono sulla folla (60 morti), nel 2005 fu eletto Morales. I suoi tre mandati non hanno però convinto certi poteri forti, specie dopo la nazionalizzazione reiterata delle riserve di idrocarburi, litio e minerali, con cui l’80% dei profitti è rimasto allo Stato. Decisione che ha creato non pochi malpancismi a Spagna, Brasile e Argentina (principali compratori di gas boliviano). L’apertura di gare d’appalto per opere pubbliche (infrastrutture per la raffinazione del petrolio, produzione di energia idroelettrica, reti autostradali ed edilizia) ha creato appetiti per ambiziosi investimenti globali, i cui profitti non è sembrato giusto dover riservare alla sola Bolivia, terra vergine con 10 milioni di abitanti per un’area grande 3 volte l’Italia. Anche se il mercato interno è già in mano a Cina e Giappone, l’Italia può offrire le sue attività finanziarie e assicurative, oltre che macchinari e autoveicoli. Il costo del lavoro è tra i più bassi in America Latina, mentre l’espansione della classe media pronostica un crescente potere di acquisto. Tolto di mezzo il “nazionalista-socialista” Morales con un colpo di Stato che il 10 novembre 2019 ha visto l’ascesa della presentatrice TV-avvocato Jeanine Anez Chavez, la strada sembra finalmente libera. Le nuove elezioni presidenziali e parlamentari del 3 maggio 2020, con la benedizione internazionale dell’Organizzazione degli Stati Sudamericani, di cui guarda caso l’UE e il Vaticano sono gli “osservatori permanenti”, è ormai una formalità. La Bolivia non ha uno sbocco sul mare, dopo aver perso la provincia di Arica con la Guerra del pacifico? Non c’è problema: il Perù le ha concesso il porto di Ilo per 99 anni. Chiaro, per pura solidarietà.

Facebook Commenti