INSEGNANDO S’IMPARA Globalizzazione visiva

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INSEGNANDO S’IMPARA Globalizzazione visiva
Foto: Shutterstock

Villaggio globale, globalizzazione economica, culturale, tecnologica; sono parole che sentiamo ripetere con sempre più frequenza dagli Anni ’90 in qua. Se la situazione era già ad uno stato avanzato allora, adesso con i social è arrivato il colpo di grazia. Va a finire che facciamo, pensiamo, guardiamo, tutti le stesse cose. L’assopimento algoritmico ha prodotto un’uniformità di gusti e pensieri, un’assenza di pluralità e di sfumature, dove anche le polemiche sembrano prodotte artificialmente per avere un impatto mediatico di polarizzazione, piuttosto che presentare le varie sfaccettature di una questione (o “Dio ne vardi”, ipotizzare una possibile soluzione).
Ovviamente la TV non poteva scampare a questi cambiamenti epocali, per cui oggi ci troviamo nell’era del format televisivo che viene propinato globalmente con lo stampino. Cambiano gli stati, le lingue, i presentatori e le location, ma la formula rimane sempre quella (Grande fratello, Chi vuole essere milionario, Masterchef, ecc.). Fanno molto pensare i dati dell’Annuario TV, secondo i quali, i format stranieri rappresentano quasi l’80% dei programmi di fascia privilegiata. Questo significa che, nei periodi di più alto ascolto, le differenze nazionali vengono sempre di più appiattite.
Peccato, perché ogni televisione nasce deliziosamente di stato, dove dapprima si passa per un’esperienza radiofonica e, quando avviene la transizione al piccolo schermo, i programmi filtrano come, in un pozzo artesiano, direttamente da quel particolare sostrato culturale, sociale e storico-politico. Considerando che le 3 reti televisive Rai nascono rispettivamente nel 1954, 1961 e 1979, per circa una ventina d’anni la TV è stata quasi esclusivamente italiana. L’unica inferenza straniera, oltre ai film e telefilm, erano i quiz che Mike Bongiorno aveva portato dagli USA, ma che erano stati molto “italianizzati” per la TV di stato. Com’era dunque questa televisione? In soldoni copriva tutta la gamma tra il serio e il leggero, dall’informazione, alla cultura, all’intrattenimento. Da una parte i telegiornali, le tribune politiche, poi il teatro (quello serio), gli sceneggiati, uno spazio di rilievo per lo sport, e infine tutte le trasmissioni derivanti dall’avanspettacolo e varietà – i grandi spettacoli musicali del sabato sera, in un certo modo anche Sanremo e, più tardi, anche programmi contenitore come Domenica in.
Si potrebbe obiettare che ogni televisione europea alla sua nascita, aveva più o meno le stesse trasmissioni, il che è vero, ma in ogni nazione quel tipo di programma assumeva un sapore diverso, pertinente alle proprie radici culturali. Ad esempio, anche i programmi leggeri della BBC derivavano da quelli della music-hall, ma il carattere di quelli inglesi aveva un che di comico, una sottile ironia che li attraversava e li caratterizzava, mentre quelli italiani presentavano da subito una rifinitura molto più professionale. Dopotutto c’è stato un periodo in cui la rai aveva un corpo di ballo e ben tre orchestre sinfoniche!
Interessante anche il parallelo tra Italia e Gran Bretagna per quel che riguarda l’uso del mezzo tecnologico come promotore di istruzione ed educazione. Nell’Italia del dopoguerra, con un tasso di alfabetizzazione ancora basso, tra il 1960 e il 1968 fu trasmesso “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi, programma in cui si insegnava letteralmente a leggere, scrivere e a far di conto che, tra l’altro, diede un’importante contributo all’aumento delle licenze elementari. Mentre nel Regno Unito già nel 1969 venivano trasmesse in TV le lezioni della Open University che davano la possibilità di conseguire una laurea.
Inutile dire che la BBC partiva avvantaggiata rispetto alla Rai. Innanzitutto, perché nata prima – il primo canale nel 1936 e il secondo nel 1964 – ma soprattutto perché trova presto la propria voce in prodotti di qualità per tutti: dai bambini (Blue Peter e più tardi gli iconici Teletubbies) ai ragazzi (Dr Who e Top of the Pops), alle sitcom dal successo internazionale (Blackadder, Only Fools and Horses, The Office). Nei suoi studi hanno trovato spazio sia la comicità alternativa dei Monty Python che l’originalità di Top Gear, ma soprattutto il grande David Attenborough (che l’8 maggio scorso ha compiuto 100 anni) motore trainante della “specialità” della BBC – i documentari: belli, professionali, esportati in tutto il mondo.
Un altro fattore da prendere in considerazione è la concorrenza dei network commerciali, che in Inghilterra è arrivata presto, con ITV che disturba la BBC già nel 1955, a cui seguono Channel 4 nel 1982 e Channel 5 nel 1997. Siccome anche questi canali hanno dato vita a programmi di grande appeal (Grand Design, Mr.Bean, e alcune tra le più longeve soap opere), la BBC ha dovuto sempre tenere alti i propri prodotti per rinnovarsi e cercare di stare sempre all’avanguardia.
Non si può dire che il meccanismo abbia funzionato allo stesso modo anche in Italia. C’è un consenso nel pensare che l’arrivo del network Fininvest-Mediaset, pur avendo scosso lo status quo e dato vita a programmi iconici da entrambe le parti, abbia anche prodotto un certo livellamento verso il basso, da cui la TV italiana non si è più ripresa. Peccato, perché tra tanto trash, si fanno ancora programmi bellissimi, ma che rimangono in secondo piano, inghiottiti in primo luogo dai format.
Adesso stiamo assistendo al fenomeno Netflix; una cornucopia inesauribile di prodotti, programmata per tenerci inchiodati in poltrona fino alla fine del mondo. Secondo me (e sottolineo che si tratta di un’opinione puramente personale), Netflix piace a tutti, ma non soddisfa mai pienamente, in quanto manca dell’ingrediente finale, quel po’di peperoncino o di zenzero, che rende un programma indimenticabile e totalmente gratificante. Nell’intento di accontentare tutti, va a finire che si cerca sempre di stare nel mezzo e si diventa… blandi.

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