ETICA E SOCIETÀ Pucci e Sanremo, la linea sottile tra satira e libertà di parola

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ETICA E SOCIETÀ Pucci e Sanremo, la linea sottile tra satira e libertà di parola
Foto Sanjin Strukic/PIXSELL

La rissa mediatica sulla mancata partecipazione del comico Pucci al Festival di Sanremo è ancora viva. Se ricostruisco correttamente la cronologia, la sua presenza è stata inizialmente contestata dal Codacons. L’associazione per la tutela dei consumatori ha motivato l’opposizione facendo riferimento a quelle che reputa “battute volgari, razziste e omofobe” espresse dal comico, nonché alla necessità di contrastare “bullismo, omofobia, misoginia ecc.”.

Da quanto comprendo, si fa riferimento, tra l’altro, alla definizione della segretaria del PD, Elly Schlein, come “Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme”. In modo analogo, Selvaggia Lucarelli sarebbe stata definita “cattiva, vigliacca e già che ci siamo brutta. Anzi bruttissima”. Ho letto inoltre di una battuta risalente al periodo del Covid, rivolta a un influencer gay, secondo cui a questa persona il tampone sarebbe stato fatto nel fondoschiena.

Il Codacons ha dichiarato che “In caso di insulti, volgarità o battute sessiste e razziste da parte del comico in occasione del Festival di Sanremo, la rete sarà chiamata a risponderne nelle sedi opportune”.

Si tratta di un’infrazione della libertà di espressione e di satira? Per rispondere occorre chiarire il significato di questi concetti. La libertà di espressione ha un valore riconosciuto in quanto tutela e condizione necessaria per poter sviluppare ed esprimere la nostra personalità. Se non possiamo esprimerci liberamente, non possiamo realizzare pienamente ciò che per noi ha valore. Le nostre convinzioni morali, identitarie, estetiche, religiose, ecc. Inoltre, senza una solida tutela della libertà di espressione risultano minacciati anche i diritti politici.

La libertà di satira trova il suo valore storico nell’essere uno strumento efficace di critica nei confronti di chi detiene privilegi e potere e ne fa cattivo uso.

Ma accanto alla libertà di espressione esistono altri valori sociali. Tra questi, uno spazio pubblico in cui ogni persona sia riconosciuta come uguale e meritevole di dignità. Tale riconoscimento è assente quando alcune persone sono umiliate, derise o descritte mediante stereotipi negativi in base alla comunità di cui sono membri. In questi casi, la libertà di espressione e la satira sono nocive. La presunta satira non è satira, ma bullismo, quando una persona è derisa per una caratteristica che la rende membro di un gruppo vulnerabile e storicamente discriminato. Ciò vale anche per chi occupa incarichi di potere. Una derisione sessista non è satira, ma bullismo, anche quando è rivolta a una figura politica influente.

Questo giustifica la censura? Ho già scritto di essere contrario alla censura quasi sempre, anche nei casi che riguardano simboli espressivi di discriminazione. Opporsi alla censura, tuttavia, non implica accettare un’apertura incondizionata dello spazio pubblico a espressioni che lo degradano. Ritengo che un comico possa esprimere messaggi omofobi o sessisti in un teatro, davanti a un pubblico che sceglie di assistere allo spettacolo, o in un programma televisivo specifico che alcuni decidono di seguire. Vi sono però sedi dotate di un significato particolare, come la TV di Stato, e manifestazioni come il Festival di Sanremo, che per il loro valore identitario condiviso dovrebbero essere inclusive. In questo senso, il Codacons ha ragione nel caso di Pucci.

Propongo a chi dissente di immaginare come reagirebbe se avesse una figlia derisa a scuola o sui social perché giudicata brutta. Probabilmente vorrebbe che fosse tutelata, anche attraverso misure disciplinari. Per coerenza, dovrebbe sostenere la tutela di ogni persona stigmatizzata o derisa in modo discriminatorio, anche quando si tratta di personaggi pubblici. Dovrebbe pure riconoscere che l’ammissione del bullismo nei servizi pubblici reca danno alla sensibilità condivisa dal pubblico. Non si meravigli che alcuni bulli anonimi si sentono legittimati a molestare sua figlia quando le aggressioni verbali discriminatorie trovano spazio nella TV di Stato. O se sua figlia soffre di problemi psicologi gravi, perché crede di possedere tratti ritenuti motivo di vergogna e derisione.

Come ho già scritto nel caso di un conduttore radiofonico che ha deriso la CNI, anche ora sarebbe bastato chiedere scusa e riconoscere che alcune espressioni sono inopportune in un servizio pubblico.

*Professore ordinario di Filosofia Politica

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