Sabato 14 giugno è stato un giorno intenso. Inizio dalla fine: la prima di West Side Story al nostro teatro. Proseguo con la messa per il centenario dell’Arcivescovado di Fiume.
Il musical mi ha colto impreparato nelle attese, per un mio limite di conoscenza. Mi erano note alcune sue parti musicali, che non è stato difficile incontrare nella vita, da estimatore dell’autore Leonard Bernstein. Ma non mi aspettavo un testo così impegnato, capace di far riflettere, purtroppo, sulla realtà attuale. Ho già scritto sul nostro quotidiano che attendo dalla nuova sovrintendente, Dubravka Vrgoč, un linguaggio artistico attento alle tematiche sociali. E, sebbene sia consapevole che anche i musical sappiano esprimere molto più che semplice intrattenimento, pensavo che West Side Story offrisse una pausa di intrattenimento. Al contrario, il musical è profondamente drammatico.
Racconta la rivalità violenta, che sfocia in tragedia, tra due gruppi di giovani teppisti: uno formato da bianchi residenti da tempo, l’altro da ragazzi portoricani immigrati di recente a New York. I due gruppi lottano con ferocia per la supremazia. Ma l’amore non si arrende e nasce tra una ragazza portoricana e un ragazzo dell’altro gruppo. Tuttavia, l’ostilità collettiva rende impossibile la loro unione.
Sembra una sintesi del mondo attuale del quale comprendo le difficoltà. Chi vive nel mondo occidentale e non appartiene alle classi medio-alte sperimenta quotidianamente molte ansie. L’insicurezza del lavoro e dell’abitazione. Anche chi ha un impiego vive tra stenti e rinunce. I cambiamenti demografici, per alcuni, rappresentano una preziosa occasione di arricchimento e diversità. Per altri, invece, sono mutamenti che mettono in discussione certezze e abitudini. In certi casi, vengono percepiti come origine di profondi squilibri.
Eppure, non possiamo continuare a ripetere gli stessi errori. Non dovremmo rassegnarci all’idea di un mondo in cui l’umanità non impara dalle proprie sofferenze e atrocità. Ha fatto bene il nostro teatro a ricordarcelo. Il contrasto tra le vicende drammatiche e la forma del musical conferisce all’opera una forza accentuata.
Mi concedo, ora, uno spazio più leggero per dire che un’altra scelta eccellente della sovrintendente Vrgoč è rappresentata dai party con DJ set al termine delle prime. In molte importanti sedi internazionali, questo abbinamento si è rivelato vincente. Così è stato anche per l’apertura dell’Estate culturale fiumana: la facciata del teatro illuminata di verde e il clubbing in piazza hanno creato un’atmosfera coinvolgente. Mi ha ricordato le serate nel cortile dell’Hamburger Bahnhof Museum di Berlino, anche se in forma più contenuta. Ottimo lavoro da parte dei Greenlight Collective, che hanno saputo creare la giusta atmosfera e selezionare ritmi capaci di far muovere il pubblico. Spero che molte altre serate e notti fiumane replichino l’esperienza.
Chiudo tornando alla messa per il centenario dell’Arcivescovado e al tema iniziale. Il nostro vescovo, Mate Uzinić, è una persona mai banale. Era naturale attendersi da lui messaggi importanti, di condanna delle catastrofi morali del nostro tempo. Così è stato anche nelle parole del cardinale Matteo Maria Zuppi, emissario di Papa Leone XIV. Vorrei sottolineare in particolare l’invito a costruire una comunità trasversale, capace di unire persone con origini e identità culturali e morali differenti, ma pronte ad abbracciare ogni essere umano in un’unica comunità. Uno dei messaggi più belli è stato il pensiero secondo cui, aprendosi agli altri in questo modo, si fa del mondo intero la propria casa e della propria casa il mondo intero.
Non so cosa dire sul da farsi. Tutto sembra indicare che le denunce del musical, come quelle espresse nella celebrazione religiosa, siano sconfitte dalla realtà in cui viviamo.
Stiamo assistendo all’aggressione di uno Stato, osservata con un atteggiamento sempre più ambiguo da parte del mondo occidentale. Stiamo guardando un genocidio in mondovisione. E non mi dovrei fermare qui, perché non si fermano gli orrori attuali. Eppure, forse tutte le cittadine e i cittadini che vivono in democrazie liberali, devono credere ancora che siano possibili il benessere per tutte le persone, opportunità eque, libertà e diritti garantiti.
*Professore ordinario di Filosofia Politica
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