Ho potuto guardare nei giorni scorsi il film “Hit Me Hard and Soft: The Tour”, che rappresenta la recente serie di concerti della cantante americana Billie Eilish. Sono molto felice di averlo potuto vedere. Le esibizioni della cantante sono un’esplosione di energia musicale. Non si tratta del genere al quale mi dedico principalmente quando sono a casa e scelgo ciò che voglio ascoltare. Nella vita, ho dedicato molto più tempo all’ascolto di un’altra Billie, ovvero Billie Holiday. Un motivo è anche oggettivo. La musica di Holiday esiste da molti decenni, quella di Eilish soltanto da qualche anno. Ma quando ascolto le canzoni della Billie attiva oggi provo sempre piacere. Dopo aver visto il film, le ascolto volentieri anche a casa, in determinate situazioni. Mentre faccio gli esercizi addominali prima della colazione, mentre mi vesto prima di uscire e in altri momenti nei quali la musica funziona bene come sottofondo e serve a dare la carica evitando ulteriore caffeina.
Interrompo qui la descrizione dei frammenti delle prime parti delle mie giornate, per ritornare a temi sociali e politici. Un aspetto importante del film è rappresentato dalla devozione delle sue ammiratrici e dei suoi ammiratori. Si possono sentire anche dichiarazioni di persone giovani che affermano che Billie rappresenta tutto nella loro vita. Sono pensieri che possono provocare qualche preoccupazione. Com’è la vita di una persona per la quale una cantante (con la quale il contatto più vicino sarà rappresentato dalla possibilità di vederla facendo parte di una massa composta da decine di migliaia di persone) rappresenta tutto? Ma poi, se si pensa al fatto che questo pensiero è condiviso da molte altre ammiratrici e ammiratori, la domanda diviene: in quale società viviamo?
Ho la certezza di esprimere un luogo comune dicendo che sembra di assistere a un fenomeno di solitudine di massa. Non è il concerto in quanto tale a esprimere la solitudine di massa, ma il modo in cui viene vissuto, almeno se possiamo interpretare come veritiero il pensiero delle ammiratrici e degli ammiratori riportato sopra: “Billie è tutto nella mia vita”. Il concerto, oltre al godimento artistico, offre l’opportunità di provare un senso di potenziamento e di energia per chi ha la fortuna di assistervi. Lo si percepisce anche al cinema, dove le sensazioni sono meno dirette rispetto a quelle di chi può assistere all’avvenimento dal vivo. Il desiderio e la gioia per questa esperienza fanno parte delle esperienze normali della vita umana. Si tratta di esperienze alle quali anch’io amo partecipare. Di solito alle partite dei nuovi campioni d’Italia di calcio, Inter Milano. Ma anche a concerti e ad alcune altre situazioni.
Direi, tuttavia, che ci si trova di fronte a un problema personale quando un individuo percepisce queste occasioni come “tutto nella vita”. Una vita compiuta include un rapporto affettivo sentito con la famiglia di origine, un amore profondo e corrisposto con la persona scelta come compagna di vita, legami di amicizia sinceri e duraturi, una professione che implichi la realizzazione delle proprie potenzialità creative e la possibilità di retribuzioni materiali che, quanto meno, assicurino una sicurezza esistenziale, oppure una formazione che sia gratificante di per sé e aiuti a prepararsi a un lavoro futuro appagante.
Purtroppo, sappiamo che per molte persone giovani alcune di queste ambizioni, o persino tutte, sono vacue. Le famiglie sono spesso distaccate, con l’attenzione rivolta ai telefonini piuttosto che alle altre persone, le amicizie non sempre sono autentiche, il lavoro, quando non è un miraggio, è poco soddisfacente e male retribuito. L’esito negativo individuale è la frustrazione emotiva di molte persone.
La conseguenza collettiva più preoccupante consiste nei meccanismi compensatori collettivi che molte persone ricercano attraverso l’adesione a fenomeni di massa. Non vedo particolari conseguenze sociali pericolose nella partecipazione collettiva a un’adorazione di massa di Billie Eilish. Ma il terreno è fertile per personaggi, anche musicali, che si propongono come compensazioni delle frustrazioni individuali, della solitudine e del vuoto emotivo, e che sfruttano l’occasione per trasmettere messaggi ideologici violenti e repressivi, anche quando si celano dietro la proclamazione di valori di amore e comunità.
*Professore ordinario di Filosofia Politica
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