ETICA E SOCIETÀ Le armi uccidono, le liti ci dilaniano

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ETICA E SOCIETÀ Le armi uccidono, le liti ci dilaniano
L'arcivescovo di Fiume, Mate Uzinić. Foto Željko Jerneić

È stata un’estate di offensive ideologiche, in Croazia. Come in molte altre occasioni, sarebbe bene, invece, abbracciare il messaggio dell’arcivescovo di Fiume, Mate Uzinić, che ci ha rammentato che “le armi uccidono, le liti ci dilaniano”. La risposta alla quale invita include l’amore, la speranza, la fede e la pace.

In politica ci sarebbe, comunque, un progresso anche realizzando obiettivi meno ambiziosi, ad esempio seguendo alcune delle posizioni espresse dal Governo in una delle fasi delle tensioni legate alle proteste per alcuni eventi culturali in Dalmazia. Queste posizioni hanno espresso il non apprezzamento per alcuni contenuti di questi avvenimenti, ma – qui scrivo la parte fondamentale – hanno invitato le persone che condividono questo giudizio negativo a reagire ignorandoli e evitandoli.

L’unico atteggiamento coerente con una società pluralista rispettosa della libertà di espressione è ignorare o evitare il contatto con le proposte e i contenuti che non ci piacciono, provocano disagio, rabbia… Oppure, è necessario saper controllare le proprie reazioni emotive negative. È, ad esempio, ciò che cerco di fare quando non riesco a evitare i suoni musicali fastidiosi che in questo periodo risuonano spesso a Fiume, e non solo nella nostra città.

Questa regola non è applicabile sempre. Ma non si può giustificare la rinuncia ad applicarla solo perché alcune persone considerano certe espressioni offensive. Ne ho già scritto a proposito di quelle parti dei movimenti di emancipazione che richiedono di vietare o rimuovere dai programmi scolastici autori come Omero o Shakespeare, in quanto alcune comunità giudicano offensivi alcuni contenuti delle loro opere. Lo ribadisco ora, di fronte alle richieste rivolte contro i contenuti culturali provenienti dall’area di sinistra dello spettro politico. Autori di importanza primaria come J.S. Mill, Ronald Dworkin e Jeremy Waldron sostengono idee simili. In una società libera dobbiamo riconoscere il diritto di esprimersi anche in modi che troviamo offensivi. È, inoltre, incivile sostenere che la violenza, anche verbale, possa essere giustificata come reazione a tali espressioni.

La libertà di espressione può essere legittimamente limitata quando minaccia il diritto di tutti e tutte a uno spazio sicuro e privo di discriminazioni. Questo spazio è compromesso quando si accetta come normale la diffusione di messaggi d’odio o di minacce. Il rischio di questa rassegnazione è vivo. Per rendersene conto, basta osservare gli scontri (anti)culturali sui social (compresi quelli imbarazzanti che coinvolgono alcuni membri della CNI o ambienti che sono interessati alle sue vicende).

Le vittime dei leoncini e delle leonesse da tastiera sono per lo più le donne e le persone che fanno parte delle comunità nazionali minoritarie, o hanno cognomi che suggeriscono quest’identità (personalmente non ho subito esperienze simili; all’epoca del mio impegno a favore dei vaccini, ad esempio, ho ricevuto molti insulti, ma non di questo tipo). Parlo, ad esempio, di alcune reazioni social nei confronti di un teologo che commentava con toni critici il concertone e l’adunata di qualche settimana fa. In queste reazioni, si negava a questa persona la legittimità di influire sulla vita sociale e i processi politici in Croazia. Nel caso delle minoranze nazionali le leonesse ed i leoncini dicono – se non siete felici, andatevene! Nel caso delle donne non c’è una spinta ad andarsene, ma l’infame repertorio di offese di genere e della riduzione del loro spazio legittimo ai tradizionali lavori domestici.

È grave ignorare questi fenomeni di odio e discriminazione. Non conosco la loro vera consistenza numerica sociale, al di là del baccano sui social. Ma il fenomeno è eccessivo indipendentemente dalla reale presenza numerica, poiché sufficiente per creare un ambiente non sicuro e discriminatorio per una parte della popolazione. Va denunciato e contrastato con misure effettive.

Concludo con un esempio che dimostra come sia possibile adottare misure efficaci anche nei confronti di fenomeni di massa. Sono stato a Milano (la Capitale Morale è sempre in gran forma!) a vedere Inter-Torino con mia moglie. Il tifo era ridotto a causa dell’assenza degli ultras dallo stadio. Non sentire i cori rattristava. Ma qui sottolineo il potere che possono avere le istituzioni dello Stato, quando c’è la volontà di farle agire.

*Professore ordinario di Filosofia Politica

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