Ho già espresso la mia gioia per il riconoscimento della cucina italiana quale Patrimonio Culturale Immateriale da parte dell’UNESCO. Mi aspettavo una gioia condivisa da ogni persona che si identifica con la cultura e l’identità italiana, o che le apprezza nelle loro varie manifestazioni, tra le quali quella gastronomica.
Tuttavia, il mondo politico e una parte di quello accademico e culturale hanno voluto guastare il buonumore suscitato da questo riconoscimento. Si è iniziato dalla destra dello spettro politico, dove si è cercato di accaparrarsi il riconoscimento come una gioia e un successo esclusivi di questo schieramento. Trovo un simile atteggiamento inopportuno. La cucina nazionale è un bene condiviso, che ha tutte le potenzialità per contribuire a far sentire i cittadini e le cittadine di uno Stato come una comunità, nonostante le varie forme di divisione, anche perché si lega a situazioni e esperienze piacevoli e gioiose.
Ma risposte inopportune sono arrivate anche da sinistra. Si sarebbe potuta negare la legittimità di uno schieramento nel rivendicare i meriti della cucina nazionale. Si sarebbero potuti rivendicare i meriti storici della sinistra nella diffusione della cucina nazionale a seguito di politiche sociali egalitarie. Nel libro Denominazione di Origine Inventata, Alberto Grandi afferma che, dopo l’unificazione dell’Italia, il 70% della popolazione non consumava carne, pesce, latte, formaggio. Il cibo era costituito prevalentemente da vegetali, a causa della povertà. Il cambiamento dei costumi gastronomici non è legato solo al miglioramento delle condizioni socioeconomiche delle famiglie. Conta anche lo sviluppo economico favorito da chi ha saputo creare industrie importanti, ideare innovazioni tecnologiche, ecc. Ma come trascurare anche i meriti delle componenti politiche impegnate per una distribuzione più egalitaria dei beni prodotti? Qui la sinistra avrebbe potuto assumersi meriti storici per la diffusione della cucina nazionale tra ampi strati della popolazione. Non ho trovato espressioni di questo tipo. Al contrario, ho letto di chi ha sbuffato di fronte alla celebrazione della cucina nazionale. Si è persino negato che esista una cucina nazionale italiana.
Quest’ultima affermazione è assurda, a meno che non si sostenga anche che non esista una nazione. Ritengo, in effetti, che tutte le nazioni siano costruzioni. A seguito di processi storici, gruppi di persone hanno deciso di darsi una struttura politica condivisa e da qui l’origine delle nazioni. Per farlo, hanno costruito vari codici che hanno edificato un’identità comune, in primo luogo una lingua. “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” è un pensiero che ci veniva insegnato a scuola e che rappresenta bene la condizione successiva al 1861. Tra i vari elementi identitari rientra anche la costruzione di una cucina nazionale. Lo testimonia La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, scritto da Pellegrino Artusi, che ha raccolto ricette da varie parti d’Italia e contribuito alla creazione di un’identificazione culinaria comune.
La cucina nazionale è quindi artificiale, come le nazioni, poiché non sono fatti naturali, ma costruzioni umane. Ma ciò non esclude che siano reali, una volta costruite. Si tratta di realtà dinamiche nel tempo. Mutano le lingue, in relazione ai cambiamenti delle condizioni storiche e sociali, incluse le interazioni con altre comunità. Mutano anche le cucine nazionali. Quella italiana, lodevolmente, ha saputo inglobare anche contributi gastronomici di altre comunità.
Riconosciamo dunque la cucina italiana come un patrimonio dinamico, caratterizzato da evoluzioni interne e influenze di altre tradizioni. Riconosciamola come un valore nel quale può riconoscersi la persona che cucina per sé e per la famiglia e dedica la propria vita alla sua cura, senza altre occupazioni, ma anche la chirurga, il professore, l’avvocata, il meccanico che cucinano con amore e passione (come l’autore di questo articolo). È giusto evidenziare anche il contributo di queste persone al riconoscimento della cucina italiana. Si lasci spazio al piacere culinario, che può contribuire al senso di comunità e anche al senso di orgoglio per le molte persone che, con amore, aggiungono piccoli tasselli al mosaico della cucina nazionale.
* Professore ordinario di Filosofia Politica
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