ETICA E SOCIETÀ Disabilità, dignità morale intatta

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ETICA E SOCIETÀ Disabilità, dignità morale intatta
Foto Željko Jerneić

Il più recente lavoro presentato dal Dramma Italiano, Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, va assolutamente visto. La mia impressione è che funzioni davvero tutto. Non voglio però soffermarmi sugli aspetti artistici. C’è chi lo sa fare meglio di me. Rifletterò, invece, sul tema che lo spettacolo affronta, quello della disabilità.

I problemi presenti sono molteplici. Il primo è la stigmatizzazione della disabilità, che assume forme diverse. Quella che emerge con maggiore evidenza nel lavoro teatrale, fin dal titolo, è l’imbarazzo che provano molte persone con disabilità, o le loro famiglie. A questo vorrei rispondere subito. Non c’è alcun motivo per cui una persona debba sentirsi in imbarazzo a causa di una condizione di disabilità. Si tratta di una delle possibili condizioni umane, e chi vive una condizione di disabilità possiede una dignità morale esattamente pari a quella di ogni altra persona. Speravo che non fosse più necessario ribadirlo, ma questo spettacolo mi ha fatto pensare che forse valga ancora la pena ripeterlo.

Un’altra riflessione riguarda la qualità della vita delle persone con disabilità. Purtroppo, secondo una mentalità che non è ancora del tutto scomparsa, le diverse forme di disabilità costituirebbero una tragedia tale da rendere impossibile una vita ricca di esperienze e di soddisfazioni. Anche questa rappresentazione emerge nello spettacolo. In realtà, le cose non stanno così. Una persona con disabilità incontra ostacoli in una o più dimensioni della vita accessibili in modo ordinario alla maggioranza delle persone, ma continua ad avere numerose opportunità per sperimentare gioie, costruire relazioni significative e realizzare traguardi importanti. Lo spettacolo stesso, ad esempio, racconta la possibilità di amare, di innamorarsi e di vivere una storia d’amore.

Vorrei poi richiamare la teoria sociale della disabilità, che introduce una distinzione importante. Da un lato vi è il modello medico della disabilità, dall’altro quello sociale. Il primo considera la disabilità esclusivamente come una condizione medica. Il secondo sostiene invece che la disabilità sia il prodotto di un’organizzazione sociale inadeguata. Più precisamente, una persona si trova in una condizione di disabilità non a causa della propria condizione di salute o delle capacità naturali che possiede o non possiede, ma perché vive in una società che non rimuove gli ostacoli che ne limitano la partecipazione. Così, ad esempio, una persona con limitazioni nella mobilità presenta una disabilità perché la società non le garantisce strumenti e spazi opportuni per muoversi adeguatamente. Secondo la teoria sociale della disabilità, una persona che utilizza una sedia a rotelle non si troverebbe in una condizione di disabilità in una società che le fornisse ausili adeguati e organizzasse gli spazi in modo da renderli pienamente accessibili.

Non aderisco integralmente alla teoria sociale della disabilità. Ritengo, però, che essa contenga molte intuizioni importanti, poiché, effettivamente, alcune persone sono escluse da determinate opportunità a causa dell’insensibilità della società nei confronti della loro diversità. Pensiamo ad alcune condizioni mentali. Nel mio lavoro mi viene talvolta indicato di organizzare parte della didattica in modo diverso per alcuni studenti e studentesse con caratteristiche specifiche. Se il processo didattico ignora tali specificità, si rischia di impedire loro di rispondere alle richieste dello studio universitario. Se invece si adattano alcuni aspetti dell’attività didattica alle loro esigenze, possono esprimere l’efficienza richiesta nel processo di studio e verifica del sapere. In questo senso si può sostenere, come fa il movimento della neurodiversità, che siano mentalmente diverse, piuttosto che disabili.

Non sto proponendo l’idea, per me inaccettabile, di percorsi didattici separati per queste persone. L’inclusione, pur richiedendo alcuni adattamenti, deve rimanere un principio fondamentale, una priorità e un’esigenza di giustizia.

Ci sarebbe ancora molto da dire. Spero almeno di essere riuscito a contribuire, anche solo in minima parte, alla diffusione di una sensibilità sempre più inclusiva ed equa. Opere d’arte come quella che ha ispirato queste riflessioni sono probabilmente strumenti di persuasione molto più efficaci di un testo come questo.

*Professore ordinario di Filosofia Politica

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