Il meccanismo di Internet mi ha fatto vedere un articolo che parla di un altro articolo che parla di appropriazione culturale, un processo nel quale una comunità dominante si appropria di elementi culturali di una comunità dominata. Immaginiamo una potenza coloniale che si appropri di forme di espressione musicale o di arte figurativa, creando nuove opere d’arte, oppure espressioni di moda che inglobano questi elementi. Il popolo dominante ne trae vantaggi in termini di prestigio artistico o valore commerciale.
È proprio ciò che contesta Vanessa Li, l’autrice dell’articolo che commento. Li scrive di una giacca che, se comprendo bene dall’articolo, è chiamata correttamente cheongsam o qipao, o Giacchetta Tang. Questo capo d’abbigliamento è divenuto lo scorso inverno una novità di tendenza nella moda occidentale. L’autrice, che si definisce “cinese nata in Australia”, esprime approvazione per il fatto che l’estetica cinese divenga parte degli usi occidentali, ma contesta il fatto che l’industria della moda occidentale tragga profitto dalla creazione e dalla vendita di questi capi senza esplicitarne l’origine e renderle merito. Peraltro, denominandoli con il termine erroneo di Mandarin Jacket. Per evitare il peccato dell’appropriazione culturale, dice Li, è importante rendere merito all’origine di un capo d’abbigliamento, chiamarlo nel modo appropriato, comprenderne il contesto e la storia e sostenere le opportunità di derivarne un utile per chi partecipa alla cultura d’origine del capo d’abbigliamento. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, detto in breve, Li ci dice di acquistare la giacca da case di moda cinesi.
Inizio commentando il modo in cui Li si presenta, “cinese nata in Australia”. L’espressione suggerisce che la persona affermi la propria identità in forma etnica (cinese), mentre la cittadinanza australiana appare come una contingenza. Non mi sembra corretto. Li è cresciuta in Australia e in questo Stato ha potuto ricevere un’istruzione che le ha consentito di costruire una vita caratterizzata da successi e benessere. E immagino che questo sia il motivo per cui i suoi genitori siano venuti in Australia e per cui lei abbia continuato a viverci. Sarebbe appropriato definirsi “australiana di origine cinese”, oppure “cittadina australiana di etnia cinese”.
Nessuno Stato democratico ed egualitario può adempiere in modo efficiente e stabile ai propri compiti di tutela dei diritti, compresi quelli socioeconomici, se vi sono parti della popolazione che non sentono un’identificazione con lo Stato. È, allora, un suo diritto richiedere ai cittadini di coltivare tale identificazione, anche agli immigrati, inclusi quelli di seconda generazione, che vogliono vivere nel Paese. Non è corretto venire a vivere in un territorio, beneficiare dei suoi vantaggi socioeconomici e della tutela dei diritti umani e rifiutare di identificarsi con esso e con la sua cultura (aggiungendola alla propria cultura etnica, senza escluderla). Se non si tratta di appropriazione culturale, forse sarebbe congruo parlare di appropriazione territoriale.
Ma condivido quanto dice Li sulla necessità di riconoscere l’origine e il significato culturale di ciò che produciamo o utilizziamo, e di non trattare gli elementi di una cultura come oggetti di tendenze passeggere. Sono invece perplesso dalla raccomandazione di favorire l’acquisto di oggetti o opere da chi li crea nel loro contesto d’origine. La regola ha un senso, ad esempio, se parliamo di contesti poveri e di società che si trovano ad affrontare difficoltà oggettive. Non trovo invece che abbia senso se parliamo di una superpotenza mondiale come la Cina, che, peraltro, non è uno Stato perdente negli equilibri mondiali delle esportazioni. Inoltre, l’invito a sostenere determinate attività economiche dovrebbe essere accompagnato da altre motivazioni, oltre all’argomento dell’appropriazione culturale, come l’equità delle retribuzioni dei lavoratori praticata dalle imprese, la loro sensibilità ecologica e, inoltre, il fatto che operino in Stati democratici che proteggono i diritti umani.
E forse è più lecito sostenere l’economia degli Stati nei quali viviamo, dove riceviamo un’istruzione, l’assistenza sanitaria, la protezione delle forze dell’ordine, le pensioni, oppure quella dell’Unione Europea, dove si struttura il sostegno alla ricerca scientifica, ai lavori pubblici, ecc.
*Professore ordinario di Filosofia Politica
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