C’è un momento, nella vita di chi è cresciuto con il fiumano in bocca, in cui ci si rende conto che quella parlata non la parlano tutti. Che fuori dal cortile di casa, fuori dal rione, fuori dalla cerchia stretta di chi ha condiviso la stessa infanzia, quei suoni rimangono incomprensibili, e perciò, per il resto del mondo, quasi invisibili. Per decenni il dialetto fiumano ha vissuto in questa strana condizione: vigorosamente vivo nei salotti e nelle cucine, eppure privo di quel riconoscimento formale che trasforma una parlata in un bene condiviso, degno di essere tutelato. Fino ad ora.
Quando si apprende che il fiumano è stato ufficialmente iscritto nel Registro dei beni culturali immateriali della Repubblica di Croazia, la prima reazione non è intellettuale. Non è un pensiero sui meccanismi della tutela linguistica, né una riflessione sulle politiche culturali. È qualcosa di più semplice e più viscerale: è la sensazione di essere stati visti. Di esistere, in modo ufficiale e definitivo, anche agli occhi di chi per lungo tempo ha guardato altrove.
Chi ha imparato il fiumano prima ancora di imparare a leggere sa benissimo che non si tratta di una lingua che si studia. Si assorbe. Entra con le ninne nanne e i rimproveri, con le risate attorno al tavolo, con le imprecazioni borbottate sottovoce dai nonni. Rimane appiccicata all’anima come la salsedine al molo. E proprio per questo, per anni, ha anche fatto un po’ male sentirlo trattato come una curiosità folkloristica, una nostalgia da vecchi, qualcosa di grazioso, ma sostanzialmente superfluo.
Ora non è più così. O almeno, ora c’è una carta, un decreto, un registro che dice il contrario. E quel pezzo di carta vale più di quanto sembri, non perché le lingue abbiano bisogno di permessi per esistere (il fiumano avrebbe continuato a sopravvivere anche senza), ma perché il riconoscimento cambia la percezione. Cambia il modo in cui i più giovani guardano a ciò che parlano in casa. Cambia la dignità con cui lo si porta fuori, in pubblico, senza abbassare la voce.
C’è una soddisfazione tranquilla, in tutto questo. Non è euforia. È piuttosto il respiro profondo di chi ha aspettato a lungo qualcosa che sapeva giusto, e finalmente lo vede accadere. Come togliersi un peso che non si sapeva nemmeno di portare.
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