DIARIO ROMANO DI UN DIPLOMATICO FIUMANO Continua la saga dei Consoli onorari

30.05.2020., Knin - Obiljezavanje Dana drzavnosti u organizaciji Zajednice utemeljitelja HDZ-a i Udruge dragovoljaca i veterana domovinskog rata ogranak Knin i HDZ grada Knina na Kninskoj tvdjavi. Photo: Hrvoje Jelavic/PIXSELL

La saga dei Consoli onorari croati in Italia continua: non fu soltanto il Console onorario croato a Napoli a crearci imbarazzo. Il secondo grattacapo me lo procurò il Console onorario croato a Bari. La signora Rosa, ometto il cognome, era un’insegnante di inglese nel Politecnico di Bari, fu nominata Console onorario prima del mio arrivo a Roma. Il problema era semplice: Bari è il capoluogo della Puglia, ma la signora Rosa abitava a Monopoli per cui, effettivamente, non poteva esercitare la funzione di Console onorario a Bari. Servono un ufficio, un indirizzo, un numero di telefono al quale si possano rivolgere tutti quelli che ne hanno bisogno. E quando due ragazzi croati furono arrestati a Bari per detenzione di droga, la simpatica e loquace signora Rosa, che non faceva che ripetermi quanto lei amasse la Croazia, essendovi andata spesso in vacanza, non poté fare molto perché non era “sul posto”.
E così dovetti metterla con le spalle al muro: o si procurava una sede a Bari, con tanto di targa e bandiera esibita al vento, oppure non le avremmo rinnovato la patente consolare. Dopo molte insistenze, la signora Rosa finalmente si arrese e ci comunicò, solennemente, che finalmente il Consolato onorario croato era stato sistemato in un ufficio nel centro di Bari ed era “pienamente operativo”.
E così, un bel giorno di primavera, le comunicai che saremmo venuti “in ispezione”, io e la capo ufficio consolare di Roma, Sonja Lovrek Velkov, una giovane diplomatica, ma con grande esperienza consolare. La signora Rosa tentò di dissuaderci dal venire, ma, ahimè, non ci riuscì. E così ci recammo a Bari.
Avevamo pianificato di restare due giorni, e fu una corsa a ostacoli, estenuante. All’arrivo, la signora Rosa ci organizzò una cena con il prefetto e il giorno dopo facemmo visita alla Regione, al sindaco, alla Camera di commercio, all’Università – e potemmo convincerci che la signora Rosa era conosciutissima in città. Tutti parlavano con grande simpatia di lei e del suo amore per la Croazia. Ci portò perfino in un vivaio tra Bari e Monopoli, di proprietà di un suo congiunto, dove fece venire la televisione locale e mi invischiò in una serie di interviste per i media locali.
Ma, stranamente, con la scusa di tante visite “istituzionali”, si era scordata di farci visitare la sede del Consolato onorario di Croazia, e su nostra insistenza, aveva accondisceso di farcelo vedere la mattina prima del nostro rientro a Roma. A malapena riuscimmo a tirarle fuori l’indirizzo, la sera prima della ripartenza per Roma. E a notte fonda, dopo un’altra abbuffata “istituzionale” offerta dai nostri ospiti, ci recammo, di soppiatto, all’indirizzo, indicato con riluttanza della nostra Console onoraria. A tale indirizzo, però, trovammo in un condominio la targa del Consolato onorario della Repubblica di Estonia e nessuna indicazione del Consolato croato! La bandiera estone sventolava, orgogliosamente, su un balcone al secondo piano, e niente, proprio niente, tradiva la presenza dell’ufficio consolare croato.
La mattina seguente venne a prenderci all’hotel la gioviale signora Rosa con suo marito, il signor Giovanni, che era titolare di una ditta di smaltimento di rifiuti e di costruzioni edili. Entrammo in macchina e ci dirigemmo all’indirizzo indicato – ma per arrivarci, il signor Giovanni ci fece fare un giro intorno la città, mentre noi, la notte precedente, ci eravamo arrivati in una quindicina di minuti a piedi – e dunque la distanza era poco più di un chilometro dal nostro hotel. E dopo una mezz’oretta di giri in macchina, la Mercedes del signor Giovanni si bloccò, e noi non potemmo più proseguire. Io, naturalmente, insistetti per portare a termine la nostra missione e così proseguimmo in taxi. Nel frattempo, ci fu la “scena madre”: la signora Rosa prese a chiamare, al cellulare, il guardiano dello stabile dove era situato il presunto Consolato croato: e gli gridava, furiosa, al telefono, “come mai si era ammalato proprio oggi”, che qui c’era l’Ambasciatore croato… Dopo la scena, eravamo tutti esausti, però alla fine avendo preso il taxi, ci trovammo tutti sul – luogo del delitto. E così potemmo constatare, che questa volta la bandiera c’era, accanto a quella estone, ma non esposta sul balcone, ma messa dietro ai vetri della porta del balcone. E sotto la targa di bronzo c’era un pezzo di carta inserito in una piccola cornice con la dicitura: “Consolato generale (sic!) di Croazia”… Naturalmente, il Consolato avrebbe dovuto essere “onorario”, non “generale”, perché il titolo di Consolato generale spetta soltanto ai Consolati di carriera, non a quelli onorari. E, naturalmente, non potemmo entrare perché, guarda caso, il custode dello stabile era ammalato, sembra, seriamente… e così al Console onorario croato di Napoli che non era lui, ma il suo defunto fratello, si aggiunse la saga del Consolato onorario croato a Bari, che non c’era…

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