DIARIO DI UN DIPLOMATICO La storia che avrebbe potuto essere differente

Il Colosseo a Roma. Foto: EXPA/ laPresse/ Cecilia Fabiano

Dal mio primo giorno a Roma in veste di Ambasciatore croato, mi sono occupato di un “dossier”, come dicono i diplomatici, archiviato e scordato, e che volevo far resuscitare – la questione della Commissione storica tra Italia e Croazia. Sono venuto a Roma a cavallo di un’ondata poderosa – la vigilia dell’adesione della Croazia all’UE nel 2013. Non doveva essere solo la fine di un percorso travagliato della Croazia verso l’Europa, ma anche l’inizio di una nuova fase storica per la Croazia. Ricordavo con tristezza quei giorni della fine di giugno del 1991, quando era venuta a Belgrado, la capitale dell’ex Jugoslavia, la famosa “troika” della Comunità europea: Jacques Poos, ministro degli Esteri del Lussemburgo, con Hans van Der Broek, ministro degli Esteri olandese e Gianni de Michelis, ministro degli Esteri italiano. Dopo aver indetto, su mandato del Consiglio della CE una seduta della Presidenza dell’ex Jugoslavia e aver imposto l’elezione di Stipe Mesić a presidente della Presidenza (il 15 maggio Mesić avrebbe dovuto, automaticamente, subentrare a Borislav Jović in qualità di presidente della Presidenza, ma Slobodan Milošević aveva ostacolato questo passaggio del potere, previsto dall’allora vigente Costituzione jugoslava, assemblando una maggioranza tra i membri della Presidenza che non riconosceva l’esito delle elezioni democratiche in Croazia, svoltesi in maggio con la vittoria del partito nazionalista di Tudjman), la troika ha avuto una serie di incontri con i leader delle repubbliche jugoslave, e con l’esecutivo federale capeggiato dal premier Ante Marković. La Commissione europea offriva all’ex Jugoslavia la cancellazione del debito contratto con la Comunità europea – più o meno 6 miliardi di dollari –, e una corsia preferenziale per fare entrare la federazione, con una procedura abbreviata, nella Comunità europea. Marković, allora, non potè far altro che indicare che la decisione spettava alle singole repubbliche e che il governo federale ormai non aveva il mandato delle repubbliche per una trattativa di questo genere. La “troika” europea allora aveva parlato, in una maratona durata tutta una notte, con i leader delle singole repubbliche, offrendo la “prospettiva europea” subito, come una proposta valida per arginare e superare la crisi jugoslava. Gli esponenti di quattro delle sei repubbliche accettarono la proposta – e tra loro anche Slobodan Milošević, a nome della Serbia. Ma i leader della Slovenia e della Croazia rifiutarono l’offerta. Come disse Milan Kučan, “noi vogliamo prima uscire dalla Jugoslavia, e poi noi siamo già europei per storia e orientazione, cosi che vogliamo entrare nella CE come Slovenia indipendente”. Il presidente croato gli fece eco, rifiutando il piano europeo che ambiva ad attirare l’ex Jugoslavia nella Comunità per poter, poi, mediare efficacemente e prevenire l’esplosione di un conflitto sanguinoso che avrebbe arrecato un danno enorme a tutta l’Europa. Ma i negoziati finirono male e i ministri della troika europea non potevano riuscire a comprendere il rifiuto di una cosi generosa offerta. Gianni De Michelis era particolarmente deluso, perché questa decisione presa dalla CE era molto sofferta e c’era voluto del tempo ed energie per convincere gli altri membri della Comunità europea a lanciare questo piano.
Non potevo che ricordare con amarezza quei giorni, quando facevo da “liaison”, come si dice in gergo diplomatico, tra il governo jugoslavo e la troika, in qualità di capo di gabinetto del ministro jugoslavo degli Esteri. Avevo preso parte ai negoziati della troika con i leader delle repubbliche anche per riferire poi al premier Marković e al ministro degli Esteri jugoslavo, Budimir Lončar, l’esito, e mi ricordo che allora Marković disse: “Questa era l’ultima chance per evitare la guerra!”.
Mi ricordavo di quei giorni che potevano essere una svolta della catastrofe jugoslava. Marković e Lončar avevano fatto un ultimo tentativo per convincere Kučan e Tudjman che quella era un’opportunità storica, e che il processo di dissoluzione della Jugoslavia – o riorganizzazione di tipo confederale, come diceva allora Marković, avrebbe potuto continuare, ma in seno alla Comunità europea, che avrebbe aiutato a instaurare la democrazia anche in altre parti della Jugoslavia, mirando, ovviamente, all’indebolimento di Milošević e dei suoi alleati. Infatti, Milošević aveva accettato l’offerta europea con un plateale entusiasmo, convinto che sarebbe riuscito ad aggirare e manipolare anche la Comunità europea.
E tutto questo mi veniva in mente quando partii in “missione per Roma”, per festeggiare, nel 2013, l’adesione ritardata della Croazia nel sodalizio europeo.
Cosi avevo imparato, anche in quest’occasione, quanto sia importante accertare la verità storica, e specialmente tra quei protagonisti che hanno sofferto delle esperienze e dei traumi tragici nelle guerre, durante le dittature dei vari totalitarismi, e perciò volvevo applicare anche in questo caso l’esperienza della creazione di una memoria condivisa, europea, per superare i traumi del passato. E desideravo, ardentemente, dare un impulso alla riesumazione della Commissione storica mista italo-croata, fondata nel 1993, ma che aveva interotto i suoi lavori poco tempo dopo.

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