DIARIO DI UN DIPLOMATICO La profezia del sindaco Milan Bandić

Davor Visnjic/PIXSELL
Milan Bandić

Dopo i miei due sindaci preferiti, Roberto Cosolini di Trieste e Piero Fassino di Torino, venne il turno di fare la visita istituzionale anche al sindaco di Roma. Si era appena insediato un nuovo primo cittadino, un’eccezione che conferma la regola. E la regola è questa: un sindaco è prima di tutto un buon amministratore, se vuole sopravvivere nella giungla delle città moderne e se non è un politico navigato, o un buon manager di carriera, finisce male. Il nuovo sindaco era proprio un’eccezione: Ignazio Marino era un medico illustre, un chirurgo che aveva fatto carriera negli Stati Uniti d’America, era diventato direttore dell’Istituto per il trapianto d’organi a Philadelphia. E quando si era candidato sulla lista del Partito democratico, era stato acclamato come un salvatore di Roma capitale, la megalopoli forse più complicata da gestire nel mondo.
Io avevo approfittato di un viaggio a Roma del sindaco di Zagabria, Milan Bandić, per fargli visita quando era ancora fresco di nomina. A dire il vero, il primo cittadino zagabrese era venuto a Roma per intervenire a una manifestazione della Società di amicizia italo-croata, che riunisce molti croati che vivono a Roma e anche molti italiani che hanno un interesse per la Croazia. Approfittando di questa circostanza organizzai l’incontro tra i due sindaci.
Ebbene, la nostra visita al sindaco Ignazio Marino trascorse, più o meno, in un soliloquio di Milan Bandić. Per niente impressionato dal fatto che si trattasse di un sindaco fuori dall’usuale, di un chirurgo e medico di fama mondiale, Bandić si mise subito a spiegargli che per fare il sindaco doveva essere “un po’ brigante”, perché si avrà da fare con dei predatori, con loschi individui che vogliono accaparrarsi i soldi pubblici, che avrà a che fare con imprenditori che vogliono aggirare i bandi per gli appalti, con una mafia cittadina che vorrà avvantaggiarsi dell’inesperienza del sindaco in questo mondo di lupi. Il sindaco Marino, un gentiluomo perfetto, gli aveva infatti nel suo discorso d’introduzione accennato che da buon amministratore, aveva subito fatto un inventario della situazione a Roma: il Comune nemmeno sapeva quanti dipendenti ci fossero nella capitale, né quante fossero le ditte municipalizzate, e ancor meno di quanti alloggi disponesse la città e chi usufruisse di questi appartamenti, edifici, case.
E lo disse francamente a noi, che eravamo tra i suoi primi ospiti dopo l’elezione a sindaco. E Bandić continuò a elargire consigli su come si governa una città, ovviamente come intendeva lui. Io trovavo questo discorso del primo cittadino zagabrese un po’ inopportuno e tentavo di interromperlo, ma Bandić, come Dio lo ha fatto, non si lasciava incanalare nelle forme di cortesia protocollare. Ma il sindaco Marino non era dispiaciuto per niente, anzi lo incitava a proseguire, ponendogli delle domande e poi anche annotando le risposte e i consigli, un po’ presuntuosi di Bandić sulla sua agenda. E invece di una mezz’oretta di colloquio, ci eravamo trattenuti un’ora intera.
Bandić era molto soddisfatto dell’incontro. Marino ci accompagnò fuori, fino alla macchina di servizio che ci attendeva davanti all’entrata in Campidoglio. E dopo i saluti, il sindaco di Roma inforcò, con grande stupore, una bicicletta e si recò, come ci aveva spiegato, a un appuntamento ufficiale. Bandić rimase stupito: “Ma che ci fa quello in bicicletta? Se è davvero fatto così, non durerà a lungo”.
Parole profetiche. Bandić ritornò ancora due volte a far visita al sindaco Marino e tra i due s’instaurò una simpatia che io non capivo molto bene. Un’altra volta Marino ci portò a pranzo e dopo, quando esplose lo scandalo degli scontrini, quando fu accusato di aver sperperato i soldi della carta di credito del Comune di Roma, per circa un migliaio di euro, mi domandai se tra quegli scontrini non ci fosse anche il pranzo offerto a Bandić. E infatti, Marino fu dopo un solo anno attaccato da un fuoco incrociato d’artiglieria: l’opposizione in Campidoglio lo accusò di aver abusato del parcheggio ufficiale per la sua piccola Panda rossa, con la quale veniva al lavoro se pioveva, oppure se aveva fretta. Aveva abolito le auto blu, non solo per sé stesso e veniva a lavorare nell’ufficio del sindaco in bicicletta.
Ma i detrattori di Marino avevano fatto causa comune contro di lui, partendo da questi dettagli come il parcheggio della sua auto privata, circa mille euro in scontrini per pranzi ufficiali firmati con ritardo – cose che lo portarono a essere citato in giudizio. Ma la cosa peggiore fu che il suo stesso partito lo mise alla gogna con l’accusa di incapacità. E così, dopo solo due anni, il chirurgo di fama mondiale dette le dimissioni. A dire il vero, a esercitare pressioni per strappare le sue dimissioni era un altro politico, ex sindaco: Matteo Renzi. Ma Renzi era a capo del governo e del partito, e il partito si schierò contro Marino. E così, Marino non soltanto decise di coprire di tasca propria il costo degli scontrini per i pranzi con i suoi “ospiti, Ambasciatori compresi”, come scrisse la stampa. E tra questi Ambasciatori c’eravamo io e Bandić, il quale venne attaccato dalla stampa croata per i suoi frequenti viaggi a Roma. E invece Marino fu prosciolto da tutte le accuse e se ne tornò in America, deluso e triste. Come aveva ragione Bandić quando disse: vedrai che i “lupi lo sbraneranno presto”. Proprio così; e se ne andò un vero gentiluomo, una rarità tra la specie di sindaci, politici, deputati, non soltanto in Italia, purtroppo…

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