DIARIO DI UN DIPLOMATICO Austerity e sprechi: disavventure diplomatiche

Se il pubblico soltanto lo sapesse…probabilmente anche i media farebbero molto di più per limitare le spese in politica estera e specialmente in campo diplomatico. La diplomazia, nei tempi moderni di Internet e dei social, dei telefoni cellulari e satellitari, dei contatti online, è rimasta un’attività costosa. I tempi cambiano e ormai i diplomatici, e specialmente gli Ambasciatori residenti, sono un relitto del passato, con le abitudini e gli sfarzi della professione, con i costi di rappresentanza che superano le risorse disponibili. Lo hanno constatato anche i leader europei, specialmente durante le discussioni sulla Costituzione UE e poi anche quando si è fatto il trattato “di riserva”, come molti chiamano il Trattato di Lisbona, che in parte è la riformulazione del Trattato costituzionale europeo e in parte è un passo indietro rispetto all’obiettivo che si voleva raggiungere, ossia un’Europa unita e coesa, un’”unione sempre più stretta tra i popoli europei”. Ebbene, uno degli obiettivi degli europeisti
convinti e specialmente dei federalisti, era anche di creare una diplomazia comune europea, che lentamente avrebbe dovuto sostituire il sistema della diplomazia classica, fatto di una fitta rete di rappresentanze diplomatiche, molto costose, e di una folta schiera di diplomatici, un po’ superati dai moderni mezzi di comunicazione e dai sistemi informatici. Questa “europeizzazione” della diplomazia classica avrebbe dovuto realizzarsi anche con la creazione di un “Servizio europeo per l’azione esterna”, una specie di embrione di un nuovo concetto di diplomazia. Naturalmente, come avrebbe detto Altiero Spinelli, uno dei padri ideologici del federalismo europeo, gli interessi egoistici delle nazioni faranno di tutto per impedire la realizzazione di azioni comuni europee, specialmente nel campo della politica estera. Ebbene, quando fui nominato Ambasciatore a Roma, volli per prima cosa rivedere i costi di rappresentanza della diplomazia croata, che secondo me si era data alla pazza gioia dello spendere e spandere, invece di migliorare i servizi e realizzare la missione della diplomazia, quella di approfondire le relazioni tra Paesi e popoli. In altri termini ci voleva “austerity”, ovvero maggiore parsimonia nelle spese. Così, prima di recarmi a Roma, volli verificare dove fosse possibile razionalizzare le spese e dove invece era il caso di investire di più per approfondire le relazioni con l’Italia, un Paese amico, che aveva sostenuto vigorosamente la Croazia nel suo cammino verso l’UE e la NATO nel ruolo di mentore e amico fidato.
Dunque, la prima cosa che notai era che il mio predecessore, l’Ambasciatore Tomislav Vidošević aveva vissuto per sette anni in una residenza nonostante i suoi predecessori avessero abitato nella sede dell’Ambasciata a Roma, a Vigna Clara, Infatti, sia l’Ambasciatore Davorin Rudolf che l’Ambasciatore Drago Kraljević avevano vissuto all’ultimo piano della sede dell’Ambasciata, attrezzato per una permanenza più spartana che lussuosa, ma abbastanza decente. Infatti, nei sette anni di permanenza a Roma (fatto inspiegabile, perché il suo mandato avrebbe dovuto durare quattro anni), il mio predecessore aveva abitato in un appartamento affittato nelle vicinanze dell’Ambasciata. L’affitto di questo appartamento era, all’incirca, di 4.000 euro al mese. Ciò vuol dire che il mio predecessore aveva fatto spendere allo Stato croato complessivamente ben 312.000 euro. Io decisi subito di ridurre questi costi e di ritornare a vivere nella palazzina dell’Ambasciata. Purtroppo, nel frattempo, lo spazio riservato alla residenza dell’Ambasciatore era stato adibito a uffici. Cosi mi ero ritrovato, nei primi tre mesi, senza acqua calda e con il comfort minimo di un semplice appartamento. Naturalmente, la logica della burocrazia – la conoscevo ancora dai tempi del socialismo jugoslavo ma credevo, ingenuamente, che i tempi fossero cambiati – è che quando si apportano dei risparmi, i soldi risparmiati vengono restituiti all’Erario. Perciò non potevo usare neanche una minima parte di quei soldi per apportare delle migliorie nella sede fatiscente dell’Ambasciata croata a Roma. E infatti, invece di investire una parte di quei soldi – bastavano 40.000 di euro per cambiare l’impianto di riscaldamento, passando dal gasolio al gas – dovetti subire le umiliazioni degli abitanti del quartiere, che protestavano, con piena ragione, per il pericolo che quell’antiquato sistema di riscaldamento potesse provocare un incendio e per la puzza di cherosene bruciato che si diffondeva nel vicinato. E poi, vennero altri malanni a galla: la canalizzazione che si era inceppata, parti del tetto e della facciata che cadevano, l’ascensore che si bloccava e nel quale mio genero, in visita, trascorse delle ore prima di essere tirato fuori… E allora proposi di vendere l’edificio, se non lo si poteva ristrutturare. Morale della favola? Dopo molte peripezie, l’autorizzazione a vendere l’edificio finalmente arrivò, ma al mio successore. E l’edificio si sta sgretolando ancor oggi a vista d’occhio, quattro anni dopo la mia partenza da Roma. E il mio successore ha di nuovo affittato una residenza nel vicinato…

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